Merano e dintorni.

Il nostro amico, dopo aver passato una notte insonne a vedere il film la Principessa Sissi, ci ha suggerito di andare a Merano, scelta quasi obbligata per via del maltempo.
Ci siamo messi in viaggio, lui era tutto contento perché a Merano c’è la statua della Principessa, che si recava spesso in quella città.

Arrivati, ci siamo subito diretti nel centro. Cittadina carina, ricca di portici e di negozi. I nomi delle strade ricordano i luoghi antichi della città (piazza del grano, ponte della posta…).
Andiamo alla ricerca della statua della Principessa. Dopo qualche consulto sulla cartina per individuare il luogo, siamo arrivati davanti alla statua. Lui ha voluto una foto ricordo. Si è messo letteralmente ai suoi piedi.

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Cercatelo bene nell’immagine. Se lo trovate lasciate un commento.
Continuiamo la passeggiata per le strade e lungo il fiume. D’inverno i lungo fiume diventano i luoghi dove si svolgono i famosi mercatini di Natale. Ci siamo detti di tornare per vederli e per assaporare il sano freddo oggi, invece, era molto caldo, umido e pioveva. Ah questo mal di clima.

Su un ponte sul fiume è scattata la foto ricordo.

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Eccolo fischiettare contento. Siamo andati a pranzo qui . Pranzo ottimo. Prezzi onesti. Consigliamo di pranzare qui se vi trovate a Merano.
Nel dopo pranzo è continuata la passeggiata. Ma la stanchezza dei giorni passati si è fatta sentire e alle tre del pomeriggio viriamo verso l’albergo.

Stravolto dalla giornata cittadina sono crollato nel letto per una profondo sonno pomeridiano. Lui lo faceva dal dopo pranzo.

Sassi più o meno lunghi.

Giornata meno faticosa rispetto a ieri. Il nostro suggeritore ci ha confezionato un itinerario molto bello.

Dopo la classica colazione, ci siamo diretti per il Passo Sella. Stavolta siamo andati in autobus, ma da metà strada per ottimizzare i tempi del ritorno, dato che c’era molta probabilità di pioggia nel pomeriggio. Scesi dal bus abbiamo iniziato il cammino sotto il Sassolungo sul sentiero Naturonda nella città dei sassi. Qui su tronco  ha voluto la foto.

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Come potete notare le nuvole erano molto basse. Continuiamo sul sentiero in direzione della nostra prima tappa: il rifugio Comici. Rifugio molto bello, famoso per i suoi bagni. Ristorati dalla sosta abbiamo ripreso il cammino verso la Baita Ciadinat. Lì è previsto il pranzo. Prima di arrivare foto panoramiche.

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Dietro di lui potete vedere il complesso del Sella. Certo le nuvole non fanno vedere la bellezza della natura. Da qualche parte ho letto che le montagne sono la firma di Dio. Beh, vedendo il Sella, devo dar ragione a chi lo ha scritto.

Pranzato in baita a 2000 metri, siamo discesi velocemente per via della pioggia. Un temporale ci ha sorpreso mentre mangiavamo. Tutti muniti di giacche impermeabili, copri zaino, abbiamo iniziato la passeggiata fino al parcheggio dove avevamo lasciato la macchina. Durante la discesa, il temporale si faceva sentire, tuoni e lampi ci facevano compagnia. Ad un tratto un fulmine colpisce il pilone della seggiovia, sento proprio il rumore tipo di frustrata sopra di me. Per fortuna eravamo a pochi metri dalla stazione della cabinovia e ci siamo riparati dalla pioggia sotto una tettoia. Abbiamo atteso che passasse decidendo se continuare col bus o a piedi. Ci siamo consultati un po’ e poi si è deciso di continuare a piedi. Arrivati sani e salvi, ma soprattutto asciutti, alla macchina siamo subito saliti per tornare in albergo.

Il nostro amico non si è accorto del temporale. Stava tranquillo e asciutto in tasca dello zaino.
Domani è prevista pioggia. Chissà cosa ci preparerà.

 

Tra verdi boschi sotto la montagna.

Quest’oggi abbiamo esagerato. Ci sentivamo in forma, le gambe andavano da sole. I suggerimenti della notte, studiati per noi, hanno appagato la nostra voglia di montagna. Oggi, finalmente, abbiamo percorso un sentiero molto lungo, tra andata e ritorno ci siamo sparati 15 km, meraviglioso sotto l’aspetto naturistico.
Siamo partiti in direzione monte Pana. Una volta arrivati al parcheggio delle auto ci siamo incamminati lungo il cammino n 30. Il segna via diceva che avremmo raggiunto la meta in circa un’ora e quaranta minuti.
Partiamo e dopo poco è arrivato il momento foto.

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Come potete vedere si trovava a suo agio tra i boschi profumati di pino cembro. Si è camminato molto, oggi. All’andata il cronometro si è fermato a 2h e 20 minuti per 7km e 700 metri percorsi con un dislivello di 567m. Ci siamo diretti alla baita delle Marmotte sotto il Sassopiatto. Prima di arrivare, però, siamo stati rapiti dalla bellezza del panorama delle Alpi di Siusi col suo altopiano frequentatissimo dalle mucche in alpeggio. Mucche intente, ovvio, a brucare e a bere e a produrre del buonissimo latte.

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Rapiti dalla bellezza, come davanti a un quadro, ho immortalato il momento di euforia del nostro amico. Come potete vedere è un meraviglioso panorama.

Arrivati alla Baita, in posizione stupenda sotto il Sassopiatto, abbiamo preso posto ad un tavolo fuori. E’ molto piccola ma bellissima.
Ordinato da mangiare, questa volta ha voluto gradire anche lui i wurstel e le patate saltate del mio piatto.

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Il rutto del compagno di pranzo è stato segno di gradimento. Subito dopo aver pagato ci siamo rimessi in cammino per il ritorno. Nuvole cariche di pioggia e qualche tuono ci hanno fatto accelerare i tempi del rientro.
Abbiamo percorso la strada dell’andata, questa volta ci abbiamo messo un po’ di meno 1h e 51 minuti.

Ci siamo fiondati in auto per arrivare presto in albergo e usufruire dell’idromassaggio in santa pace, così è stato. Lui non ama molto gli ambienti umidi, è rimasto in camera a dormire tutto il giorno. Era esausto. Anche noi lo siamo. A domani.

Ah vi metto una foto di un pezzo del sentiero.

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Col Raiser sulle nuvole.

La notte ha portato consiglio. Lui ha deciso dove andare. Ci siamo avventurati al Col Raiser arrivando in cima al Seceda.
Dopo la classica colazione nutriente, ci siamo diretti al parcheggio della funivia con l’auto. Oggi abbiamo inquinato un po’ anche se la macchina è mezza elettrica e il conteggio della Co2 emessa dovrebbe andare a pari con l’utilizzo del motore elettrico.
Arrivati sul posto, posteggiata tra le strisce bianche (ma sempre richiesto un prezzo per il parcheggio 3,50€), indossato lo zaino abbiamo preso la funivia. Lui era eccitatissimo, era la prima volta per lui in funivia, e ha voluto farsi una foto.

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Eccolo tutto euforico. Qualche turista tedesco nella cabina lo ha riconosciuto e lui, per timidezza, è subito rientrato nella tasca. Secondo me aveva paura.
Arriviamo al punto di partenza per la nostra passeggiata, l’altimetro segna 2107 m di altitudine. Giriamo un po’ per trovare il giusto sentiero per andare sulla cresta del Seceda. Giriamo le spalle e ci si presenta un panorama mozzafiato. Lui ha iniziato a fare casino dentro la tasca e ha voluto farsi una foto.

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Ho dovuto sacrificare la foto panoramica altrimenti si sarebbe confuso con l’erba. Iniziamo la salita. Tempo totale per il giretto, tra salita sulla cresta, discesa alla baita scelta per il pranzo, è di 2h e 2 minuti per un totale di 6 km e 330 m con un dislivello di 363m. Arrivati sulla cresta il panorama ci rapisce. Pareva di stare sul tetto della vallata. Da una parte si vedeva il Sassolungo e il Sassopiatto, il complesso del monte Sella. Dalla parte opposta, Plan de Corones colla Valle Aurina sullo sfondo.
Anche qui c’è stato il momento foto.

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Eccolo in versione scalatore. Arrivato sulla cresta, 2450 m di altezza,  è stato anche lui rapito dall’emozione del panorama. Dopo un po’ mi chiede di metterlo nella tasca perché non riusciva più a rimanere lì e a muoversi. Secondo me soffre di vertigini, ma non lo vuole ammettere.

Scendiamo per andare a pranzo e ci fermiamo, come lo scorso anno, alla baita Daniel (qui il sito). Solita birra Weiss per integrare i sali persi durante la camminata. Pranzo a base di polenta e salsicce alla griglia, dolce della casa a base di panna cotta al fieno e frutti di bosco, grappe digestive.
Finite le grappe comincia la discesa per il parcheggio dove ci sta aspettando l’auto. Una discesa dolce, non come quella del primo giorno. Qualche tratto era ancora zuppo di fango per via della pioggia della notte. Qualcuno è scivolato inzaccherandosi. Chissà chi sarà stato?

Arrivati alla macchina, riponiamo tutto nel bagagliaio, torniamo in albergo e ci siamo diretti per un’oretta all’idromassaggio. Ci vuole dopo una fatica così. Ovviamente lui, come di consueto, ha dormito. Tra un po’ si sveglierà e sceglierà il percorso di domani.

Val d’Anna

Sta per chiudersi questa giornata. Abbastanza lunga. Oggi ci siamo svegliati un po’ tardi rispetto la tabella di marcia che c’eravamo imposti. Eravamo tutti ancora in fase di recupero energie. I dolori muscolari poi ci hanno fatto compagnia tutto il giorno ad ogni passo. La discesa di ieri è stata devastante. A fine vacanza farò un articolo con le foto che mi hanno colpito, così vi farò vedere un tratto della discesa che abbiamo fatto il primo giorno.

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Stamattina dopo aver fatto colazione e aver atteso l’autobus per ben mezz’ora, uno era in ritardo e pieno e non si è fermato, il successivo era dopo una ventina di minuti ma effettuava un altro giro passando per le vie di un frazione e rischiando gli specchietti, siamo arrivati a Ortisei. Su suggerimento del nostro amico abbiamo deciso di andare in Val d’Anna. Ci ha assicurato che ci saremmo riposati dal tappone di ieri, inoltre ci ha detto che è anche un percorso romantico per via di alcune cascate.

Ci siamo incamminati verso questa valle e subito ci chiede una foto.

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Eccolo qui, immortalato sul ponte sul torrente. Ci addentriamo per la valle per questo  cammino defaticante. Camminiamo sulla sinistra del torrente. Percorso per famiglie con al seguito passeggini, figli, cani, nonni. Insomma una strada tranquilla. Lungo il fiume incontriamo amache e panchine e giochi per bambini. Alla destra del ruscello c’è un parco avventura molto interessante. Chissà se riuscirò a convincere Lei? Ma riprendiamo il racconto. Arriviamo subito al cafè di Val d’Anna. Quindi abbiamo deciso di inerpicarci sul sentiero. In mezzo ai prati, sotto ai masi, abbiamo visto tre caprioli intenti a brucare l’erba. La merenda è durata poco, si sono rintanati nel bosco perché impauriti da un cane. Peccato non aver fatto in tempo a scattare una foto. Ovviamente lui era molto euforico, ci ha detto di continuare perché aveva letto che più in là avremmo trovato le cascate.

Sapete lui la notte, mentre noi dormiamo, legge la guida del posto, controlla la cartina IGM per poi suggerirci il percorso il giorno successivo. E’ proprio in gamba.

Continuiamo a camminare, svoltiamo e cominciamo a scendere il sentiero. In realtà notiamo che d’inverno si tramuta in pista da sci. La discesa si fa sentire, le gambe sono a pezzi. Ma arriviamo alla prima cascata. Chiedo se vuole una foto ma mi dice che la vuole a quella successiva.
Riprendiamo i passi e poco dopo arriviamo alla seconda cascata. Qui vuole immortalare il momento.

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Eccolo nella sua meravigliosa sfrontatezza. Guardate che coraggio che ha!
Rimetto dentro lo zaino il telefono, il cappello. Lui mi chiede se può riposarsi e farsi trasportare. Lo accontento. Nel lento incedere dei miei passi sento russare dal mio zaino. E’ lui che dorme beato. Approfittiamo del suo pesante sonno per pranzare e poi tornare indietro. Siamo arrivati in albergo che lui ancora dormiva. Nel silenzio più assoluto, ci siamo infilati i costumi e siamo andati in piscina.
Ancora dorme. Chissà se riuscirà a preparare il percorso di domani?

 

E’ iniziata.

Oggi primo giorno di avventura per il nostro inseparabile compagno di viaggio. E’ voluto venire con noi a tutti i costi. Lo avevamo avvertito.
Oggi prima sgambatina di riscaldamento per i suoi muscoli. Sveglia nella norma, colazione nutriente, yogurt con frutta, caffè, acqua e frutta secca.
Pronti per la tappa odierna siamo andati a prendere il bus, vogliamo ridurre il nostro impatto sull’ambiente. Anche il nostro compagno la pensa così. Ha voluto farsi fare una foto in attesa del bus.

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 Vanitoso. Lui lo sa. Ma è molto contento di farsi portare in giro dal sottoscritto. Una volta preso il bus, siamo scesi ad Ortisei per dirigerci alla funicolare. Sorvoliamo sul prezzo del biglietto di sola andata è meglio, ma per fortuna abbiamo deciso di scendere a piedi al ritorno. 

Arrivati in cima in soli 8 minuti (ah questa mania di velocità è noiosa). Iniziamo la leggera passeggiata. Arriviamo in cima, 2281m segna la cartina. Noi un po’ affaticati, è il primo giorno diamine. Lui molto tranquillo. Eccitato. 

Scendiamo dalla cima e puntiamo verso il rifugio Utia de Resciesa (qui il link ) per il pranzo. Era eccitatissimo e ha voluto farsi una foto per ricordare dove è arrivato. Nessuno della sua specie, prima di lui, si è spinto così in alto.

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Dopo il pranzo ci siamo subito messi in cammino per la discesa. Le previsioni meteo davano pioggia per le 15:30 (ricordatevi questo orario). 

Il segna sentiero  ci dice che per scendere impiegheremo ca 1h e 40′ . Inizia la strada. Una bella discesa, le gambe dopo ca 40′ minuti chiedevano pietà. Via di montagna, percorribile anche col fuori strada. Incrociamo in due punti la funivia che avevamo preso la mattina. Ad un tratto, il segnavia ci dice di girare per rispettare la tabella di marcia. Altrimenti potevamo continuare allungando di un’altra ora il cammino. Le gambe, le ginocchia e la testa ci hanno fatto svoltare a destra per il sentiero in mezzo al bosco. Dapprima allietati dall’ombra e dal profumo dei cirmoli (il pino cembro), la svolta si presentava ancora più ripida di quella che avevamo lasciato (il detto chi lascia la strada vecchia per quella nuova è vero!!!). In pratica appariva come una un misto tra strada romana e letto di torrente asciutto. Sassi, ciottoli, disposti ordinatamente da mano umana. Insomma altra dura prova per le nostre articolazioni. Quelle del compagno di viaggio stavano rilassate nello zaino sulle mie spalle. 

Finita la tortura, per le ginocchia intendo, siamo arrivati al punto di partenza. Ad Ortisei, alla stazione dei bus. Il nostro partirà alle 15:35. Abbiamo una mezz’ora buona per riposarci un po’ e bere dell’acqua. 

Ci avviciniamo alla stazione dei bus. L’orologio segna le 15:28. Il bus c’è. Apre la porta anteriore per far salire ordinatamente i viaggiatori e per controllare che passassero il biglietto nella timbratrice ( obliteratrice sarebbe più corretto, ma siamo in pochi a ricordarlo). Noi in fila semi ordinata in attesa di salire. Alle 15:30 ecco che arriva la perturbazione meteo annunciata dalla mia app (vi avevo detto di ricordarvelo). Insomma nei tre minuti di attesa per salire ci siamo inzuppati come se non ci fosse un domani. Ma la cosa più comica è che capitava a noi lavoratori nel trasporto pubblico. Quasi una vendetta dei passeggeri romani. 

Saliti e tornati alla base, dopo una doccia calda per toglierci di dosso l’umidità della pioggia, ci siamo tuffati in piscina con idromassaggio. Il meritato ristoro per i camminatori. Ah il nostro amico è rimasto in camera a dormire. Era molto stanco.

Partiti.

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E’ iniziata. La vacanza intendo. Dopo una lunga discussione sull’orario, più o meno intelligente, per partire, siamo arrivati. Tralascio il traffico incontrato lungo il percorso, tralascio anche le occhiate gelanti della mia lei. Ve li risparmio.
Siamo qui ora.

Presa confidenza con quella che sarà la nostra casa per i giorni che trascorreremo qui, si è fatto subito sera e ora di cenare. Qui, giù al nord, si mangia presto. Nella sala si sentivano solo il rumore delle posate sul piatto e poche chiacchiere. Tutti parlavano a bassa voce. Forse intimoriti. Staremo a vedere i prossimi giorni.

Un temporale ci da il benvenuto. I lampi illuminano a giorno la valle e i tuoni riecheggiano tra le pareti delle montagne aumentando l’effetto sonoro.
Domani iniziamo a riscaldare le gambe tra i sentieri. Mille avventure ci aspettano, i passi li conteremo a migliaia. Ma è vacanza. E’ stacco dalla routine della città e del lavoro.
Per qualche giorno i treni saranno un ricordo, i volti dei passeggeri sembrano sfocati da qui.

Domani ci sarà con noi un compagno di viaggio. Lo vedrete spesso.

Sul lettino

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Periodicamente vado dal fisioterapista/osteopata per riallineare tutte le ossa e sciogliere qualche tensione muscolare. Ci conosciamo da molti anni, siamo stati compagni di squadra. Ha le mani d’oro. Poi a fondo articolo vi lascio l’indirizzo web così se volete potete toccare le sue mani.

Quando mi trovo sul lettino, tra una manipolazione e un’altra, parliamo del più e del meno. Oggi la conversazione è virata sul perché nella Capitale non riusciamo a valorizzare meglio il patrimonio artistico e culturale, dopo un suo soggiorno nel nord italia.  Allora rispondo che bisogna leggere la storia per capire. La storia ci dice che al romano delle antichità le ha sempre vissute come una cosa che sta lì, intrinseca al paesaggio. Nel Foro Romano pascolavano le vacche, si facevano formaggi, ci si appartava e gli stranieri (vedi Goethe) andavano matti per il trattamento che riservavamo alla storia. Ecco a Roma si usa il Colosseo come una rotatoria per le auto. Cosa c’è da aggiungere? Forse se il Colosseo fosse stato in un’altra città estera, che so Barcellona, avrebbe avuto un uso diverso (infatti a Barcellona sfruttano pure il “cantiere” della Sagrada Familia, noi non riusciamo nemmeno a costruire uno stadio!).

Tutto questo per dire che fuori dal raccordo anulare si usa un metodo diverso di conservazione e rispetto per il patrimonio culturale. Speriamo che il nostro atteggiamento cambi. Dobbiamo avere più umiltà e consapevolezza di dove siamo nati, ricordando anche l’immensa fortuna che abbiamo a vivere in una città stupenda e ricca di contraddizioni come Roma.

 

P.s.: vi metto il link dello studio di Michele, se passate da Roma consideratela come tappa alternativa al vostro viaggio.

PP.s.: vi metto anche un link su Goethe così per farvi un’idea.

Escape Room

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Qualche giorno fa ho partecipato al gioco dell’escape room. Si insomma, a leggere gli articoli di stampa, è la nuova moda dell’intrattenimento.

Dicevo, anzi scrivo, di questa esperienza. Ambientazione della stanza è Harry Potter, che poi il romanzo, film, mondo di Hogwarts entra fino ad un certo punto. Ovviamente non racconterò come siamo usciti, ero in compagnia della mia fidanzata, di mio cognato e di suo figlio; era il regalo della mia lei al nostro nipotino per la conclusione dell’anno scolastico andato molto bene. Lui è un appassionato della saga del maghetto. Oddio pure io lo sono,  ma non faccio testo.
Non conoscevo questo tipo di intrattenimento, ero molto scettico. Mi devo ricredere. Ci siamo divertiti molto. Ognuno ha dato il suo contributo per l’uscita dalla stanza. Insomma è una esperienza di gioco molto istruttiva dove si sviluppa il senso di squadra, di aiuto verso il compagni di “sventura” (o avventura).  Consiglio di provarne una.

Noi, a dire il vero, ne abbiamo fatte due. Mi spiego. Per andare alla stanza volevamo usufruire della metro visto la vicinanza ad una fermata. Purtroppo un guasto ci ha visti protagonisti in un inseguimento, diciamo così, di treni per tornare a prendere l’auto al parcheggio per poi andare sul luogo del “delitto”. Siamo usciti in tempo dai tunnel metropolitani e siamo arrivati all’orario di prenotazione pattuito. Non vi dico di chi è stata l’idea di prendere i mezzi pubblici, ma vi dico che certi sguardi della mia lei erano peggio di una sventagliata di mitra.
E’ andata. Pomeriggio movimentato . Di certo il nipotino racconterà la giornata vissuta ai  suoi amichetti.

Il ciclista gentiluomo

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Da qualche tempo sui treni vedo spesso un signore con una bici. Una bici particolare la sua, particolare perché è anche la sua casa mobile. Tutti i suoi averi si muovono su quelle due ruote. La mattina presto lo trovi tra le panchine della stazione, vicino ai bagni pubblici. Poi sparisce, andrà in giro forse, con la sua bici. La sera lo rivedi di nuovo, bici al seguito, che riprende il treno per tornare verso il mare da dove era partito la mattina presto.

La sera riesco a scambiarci due fugaci parole. Quando esco dalla cabina e lui mi ringrazia, col suo italiano stentato e col suo sorriso, del viaggio. Una sera, era la vigilia del primo maggio, mi augura buona festa del lavoro. Ringrazio, ma nel percorre il treno per andare alla cabina opposta, rimugino su quegli auguri. Inaspettati, spiazzanti auguri. Ripenso, a quel suo sorriso e al suo accenno di inchino con la testa, mentre dice quelle parole. Insomma lui è senza lavoro e augura a me buona festa del lavoro. Quasi una contraddizione.

Da quell’episodio sono entrato in “contatto” con lui. Ogni volta che ci vediamo ci salutiamo, ci auguriamo la buonanotte quando parte l’ultimo treno e lui rimane in stazione per poi uscire, ci auguriamo buona giornata la mattina presto. Un gentiluomo con la barba e una croce d’argento (o di metallo chissà), che nonostante la sua vita, dispensa sorrisi, auguri.

Mi fa pensare questo signore. Pensare dove questa società ci sta portando. Siamo distratti dal “rumore” delle cose, dei social che ci scordiamo dei sorrisi. Anche quando siamo in difficoltà. Forse non ce ne rendiamo conto di quello che siamo diventati per via dei ritmi che la società ci impone.  Stiamo perdendo il contatto con il mondo reale, trasformando la solidarietà tra gli esseri umani nei “mi piace” o “partecipo” dei social. Riprendo un intervento di Papa Francesco sulla cultura dello scarto che fotografa alla perfezione il momento in cui stiamo vivendo: “Purtroppo nella nostra epoca, così ricca di tante conquiste e speranze, non mancano poteri e forze che finiscono per produrre una cultura dello scarto; e questa tende a divenire mentalità comune. […] le vittime di tale cultura sono proprio gli esseri umani più deboli e fragili, cioè i nascituri, i più poveri, i vecchi malati, i disabili gravi, che rischiano di essere scartati, espulsi da un ingranaggio che dev’essere efficiente a tutti i costi”.

Ecco dobbiamo essere meno “ingranaggio” e (ri)cominciare a aiutare chi è rimasto indietro.