Primi segni di follia.

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I giorni scorrono, le giornate si allungano e la quarantena va avanti. I primi giorni abbiamo scoperto angoli di casa sconosciuti. Poi siamo passati alla pulizia delle superfici più o meno nascoste. I più virtuosi hanno cominciato lavori di imbiancatura delle pareti.

Siamo passati in cucina e ci siamo infilati nelle credenze alla ricerca di alimenti scaduti e li abbiamo trovati. Svuotate e pulite e riempite da quello che si è salvato dal blitz casalingo. Abbiamo continuato per le stanze delle nostre case alla ricerca dell’acaro da sterminare, dalla laniccia da aspirare agli armadi da sistemare.

I cestelli delle lavatrici stanno girando più volte alla settimana svuotando  il cesto dei panni sporchi molto velocemente. Le lavastoviglie detergono e sgrassano come non mai.
I nostri forni sono alle prese con uno stress test molto forte  cucinando dolci e pane e arrosti come fosse domenica ogni giorno.

Ma ora che abbiamo finito quasi tutte le opzioni di pulizia e lavori casalinghi, un lungo brivido corre lungo la schiena.

CHE FACCIAMO OGGI?

I suggerimenti sono graditi. Grazie.

Senza guarnigione.

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Chi segue questo blog, sa che nel giardino vi stazionava una piccola guarnigione di gatti da guardia. Soprannominati così perché per una razione giornaliera di croccantini ed un giaciglio al coperto e con maglione di lana, cacciavano topi e colombe e insetti vari e anche serpenti che capitavano, per loro sfortuna, nello yard.

Da qualche giorno anche l’ultimo guardiano ha lasciato l’avamposto. Il motivo non lo so. Avevo preparato tutto per l’inverno. Il trasportino al coperto col maglione e cartone all’interno, ciotole varie per il cibo e l’acqua, scatolette di umido per superare le temperature fredde.
Ora è tutto vuoto. Il giaciglio è alla ricerca di qualche gatto che vuole passare la notte. Le ciotole di cibo vengono usate anche dagli uccelletti oramai consapevoli che non finiranno preda degli artigli della guarnigione.

I pomeriggi scorrono così, senza i suoi agguati alla ricerca di qualche carezza e poi di qualche crocchetta. Le piogge di questi giorni ha reso tutto più triste, come se il cielo esprimesse la sua tristezza per la sua  mancanza. Il nomignolo che gli avevo affibbiato è Dorian II. Dorian perché aveva il pelo grigio (grey in inglese e il nome viene da sè). Secondo perché è stato il secondo gatto di quel colore.
Sicuramente la sua voglia di scoprire il territorio, la sua innata curiosità  lo hanno spinto lontano da qui, o forse è solo poco distante perché ha trovato la gatta dei suoi sogni. Chissà. Io comunque continuo a riempire la ciotola di croccantini la sera e la mattina la trovo vuota. Forse è lui che torna la notte. Forse.

Dove siamo stati.

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Da qualche giorno siamo tornati alla normalità. Il viaggiatore giallo si sta riposando sulla mensola accanto ai suoi amichetti, noi siamo presi con lavatrici, sistemazione orto e siamo alle prese con il caldo. Aspettiamo con ansia le prime piogge di settembre.

Ma parliamo dei luoghi dove siamo stati nei giorni dolomitici. Abbiamo soggiornato presso l’hotel Costabella  Per la prima volta abbiamo soggiornato così in alto. La struttura si trova a Passo San Pellegrino, 1.910 m di altezza. Camere in stile montano (con molto legno), dalle finestre un paesaggio unico. Se volete stare tranquilli e godere della vicinanza della natura il posto fa per voi e Patrizio, il proprietario, mette tutti a proprio agio. Prodigo di consigli su dove andare, cosa fare. Lo ringraziamo dei giorni trascorsi in quota e ringraziamo tutto il suo staff. Ovviamente un saluto anche alla mascotte dell’hotel, Dante. Il bulldog più in alto di Italia.

Nei giorni trascorsi a camminare abbiamo visitato quasi tutto il passo San Pellegrino. Abbiamo pranzato alla Baita Paradiso un panorama mozzafiato, piatti buonissimi. Secondo noi una tappa obbligata se volete mangiare al Passo San Pellegrino. Altra tappa obbligata è il rifugio Fuciade situato in una valle chiusa ai piedi della catena del Costabella. Piatti della tradizione ladina con un tocco di ricercatezza. Andateci. Siamo andati anche alle terme a Pozza di Fassa. Se volete passare una giornata di relax avendo come cornice il bosco e le dolomiti ve le consigliamo. Vi consigliamo, inoltre, di visitare i luoghi della Prima Guerra Mondiale. Molto suggestivi e carichi di storia. Sulle cartine che danno in albergo o all’infopoint turistico trovate tutte le informazioni.
Alla prossima vacanza.

Giornate montane

Le giornate passano molto velocemente quando si è in vacanza. Non si riesce a capire il perché. O forse è la teoria della relatività del tempo che ci mette lo zampino, ma tant’è che ci troviamo quasi a metà dei giorni trascorsi.
Il governo è caduto, ma quassù, alla natura, poco importa. Qui tutto va avanti tra prati e boschi e mucche e animali più o meno selvatici.
Oggi, convinti dalle previsioni meteo, abbiamo preso l’auto e siamo andati tra valli e paesi. Abbiamo fatto riposare le gambe dopo i primi due giorni. Ah già, non vi ho raccontato di ieri. Vedete, la teoria della relatività  fa perdere la cognizione del tempo. Iniziamo.

Ieri, dopo il riscaldamento muscolare di lunedì, abbiamo provato a spingere ancora un po’ di più. Siamo partiti a piedi dall’albergo in direzione “località degli zingari”. Una passeggiata tra i verdi boschi dolomitici. Il nostro amico giallo, sbirciando dalla tasca dello zaino, dove comodamente si fa trasportare, ha voluto la foto di rito lungo il sentiero.

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Il sentiero costeggia la base della montagna per poi risalire. Si inerpica tra  boschi di abeti e larici che da 1.700 m sale su fino al lago Cavia a 2.102 m (lago artificiale). Lungo il sentiero, chiamato “alta via dei pastori”, si possono assaggiare ottimi lamponi. Continuando sulla diga e costeggiando il lago siamo risaliti per il rifugio Laresei.

(Il nostro amico giallo con alle spalle il lago di Cavia)

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Dopo pranzo ci siamo messi sulla strada del ritorno percorrendo il sentiero 658 (Alta via delle Dolomiti) che dalla Forcella Pradazzo ci riporta, tra prati e rocce e licheni, discese ripide e passaggi tra le piste da sci  e cascate, al punto di partenza. Un anello di ca 15km, tanta fatica, ma ripagata da paesaggi bellissimi.

(Sempre lui, con alle spalle una piccola cascata incontrata sul sentiero)

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L’avventura del passero.

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Qualche giorno fa, di ritorno dal lavoro, mentre entravamo in casa e sistemavamo la spesa, dal camino ho avvertito dei rumori. Inizio a cercare il motivo di tali strani suoni.
L’indagine mi porta dietro al muro dove è posizionato il camino e a seguire la strada della canna fumaria.

All’inizio pensavo fosse il vento che faceva muovere la “palla” alla fine del comignolo, ma di vento neanche un alito. All’improvviso vedo sul cappello che chiude la canna, un passerotto che scruta all’interno. Capisco allora che un suo simile è caduto, o entrato, all’interno. Pero’ non può uscire in quanto non è un camino semplice, ma un termo camino, quindi sopra di esso vi sono sono tubi e il sistema di riscaldamento della casa e il vetro che chiude la camera di combustione.

Il malcapitato, o avventuriero, passerotto si muoveva all’interno della canna. Mi recavo subito da un professionista che pulisce i camini e le canne per chiedere se potesse intervenire per liberare l’animale, ma purtroppo non poteva e mi diceva che dovevo attendere almeno una decina di giorni. Preso dallo sconforto tornavo a casa. Non sapevo più cosa fare per liberarlo. Dovevo attendere che morisse.

Stavo in giardino a sistemare l’orto con la legatura dei pomodori quando, all’improvviso, la mia fidanzata corre verso di me e inizia a urlare che il passerotto era uscito dal camino pero’ aveva sbattuto contro il vetro della finestra ed era mezzo tramortito sul pavimento. Mi infilo i guanti e vado a prenderlo. Era vivo! Lo prendo tra le mani e vedo che reagisce e lo porto fuori. All’improvviso spicca al volo. Prima di sparire nell’orizzonte, si volta indietro e mi guarda per qualche attimo quasi a voler ringraziare. Sparisce volando nel prato di fronte.

Il giorno successivo stessa storia, sempre lui. Ancora una volta nel camino. Stavolta pero’ conosceva la strada e, una volta aperta la finestra, usciva e tornava a svolazzare nel cielo.

Ginnastica ritmica

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Domenica scorsa ho assistito alle gare regionali di ginnastica ritmica della mia nipotina in quel di Morlupo. Palazzetto dello sport gremito, a fatica abbiamo trovato posto tra gli spalti. Musica assordante, stesse prove a seconda delle categorie.

Bambini elettrizzati coi loro genitori al seguito. Doveva durare giusto il tempo dell’esibizione ma invece, per ritardi vari, ci siamo sorbiti le esibizioni delle altre partecipanti, la premiazione della categoria e la presentazione di quella successiva.

Alla fine la povera piccola, a digiuno, si è esibita alle 14 con ben un’ora e mezzo di ritardo dal programmato. Dopo la sua esibizione, fortunatamente, sono passate alle premiazioni e la sua squadra ha vinto la medaglia d’oro di categoria. Bene, bravissima. Sei sulla strada giusta.

Una riflessione: non avevo mai assistito ad una sessione di gara di ginnastica ritmica dal vivo. Sport minore, ma minore a chi? non si sa. Lo sport è lo sport. Punto. Peccato pero’ che non abbiamo una eco mediatica sui media  come le partite di calcio dalla categoria pulcini in su. Forse è proprio questa cultura dello sport che manca in Italia.

Orto in giardino

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Lo scorso anno ho aderito al progetto di un ragazzo (il vecchio contadino), dove lui proponeva gli orti in affitto. Ho preso, insieme a mio fratello, l’orto per la stagione invernale (ottobre-febbraio). Abbiamo così  mangiato i broccoli e cavolfiori e carote e finocchi. Nei giorni prestabiliti andavo all’orto e raccoglievo dalla pianta. Una bella iniziativa. Lui, il vecchio contadino, pensava alla “manutenzione” dell’orto, gli ortolani dovevano solo raccogliere.
Verso gennaio scorso ha proposto l’affitto dell’orto estivo ed ho subito aderito. Quello estivo è più colorato, più produttivo rispetto a quello invernale.

La settimana scorsa ricevo un messaggio dal contadino dove mi avverte che, per le poche adesioni all’orto estivo, il progetto “orti in affitto, io coltivo tu raccogli” non partiva ma si evolveva in un unico orto grande dove si prendevano i frutti e si pagava a peso forfettario. Dopo una rapida consultazione con la mia fidanzata, abbiamo deciso di provare a fare un orto nel giardino. Lo abbiamo deciso perché non ci piace l’idea dell’orto unico, anche se ci siamo promessi di passare qualche volta per prendere il formaggio e le uova. Auguriamo al “vecchio contadino” buona strada.

Armato di vanga, dopo aver ricevuta una lezione di vangatura dal vicino 82enne e dopo aver delimitato l’area scelta per realizzare l’orto, ho iniziato a smuovere la terra. Lo potete vedere nella foto in alto. All’incirca sono 30 mq. Spero che per metà mese di aver finito l’operazione di vangatura e concimatura ed iniziare a piantare l’orto estivo.

Cercherò di aggiornare questo blog sugli avanzamenti della coltivazione e produzione. Stay tuned.

Il telefono tira le somme.

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I possessori del melafonino, dall’ultimo aggiornamento del sistema operativo, ogni settimana, ricevono la notifica del tempo di utilizzo del device. Ogni domenica leggono quanto tempo passano davanti allo schermo, quante notifiche ricevono e così via.

Oggi, domenica, la notifica è arrivata. Puntuale. Mi dice che la mia media di utilizzo è aumentata dalla scorsa settimana, ben 8% in più. Insomma tanto, secondo me. Il totale settimanale conteggiato dalla app è di ben 36h e 38 primi. Di questo tempo mi conta anche quanto ne ho passato sulle singole applicazioni. 7h e 50 minuti sul noto programma di messaggistica istantanea, 4h con il gioco delle caramelle, stesso tempo per il social network della effe e via contando. Sorvolo, si fa per dire, sulle notifiche ricevute (ca 241 al giorno) e veniamo al mio pensiero che vorrei condividere con voi che leggete.

Questa applicazione nativa dell’Iphone è molto utile. Utile perché ti fa capire quanto tempo si passa sul piccolo schermo. Insomma i numeri ti mettono con le spalle al muro, ti inchiodano e ti fanno pensare. Se prendiamo i miei dati settimanali praticamente ho passato un giorno e mezzo a ricevere e leggere e inviare messaggi, giocare per passatempo e via discorrendo. Quindi su sette giorni a disposizione ne ho buttati, si è così non prendiamoci in giro, tre. Troppi. Devo cambiare questi numeri.

Alla luce di quanto scritto, visto anche il  tempo buttato davanti ai cinque pollici di vetro, comincerò dal modificare le mie, insane, abitudini. Prima cosa, ridurrò la mia attività sui social fino alla cancellazione, oramai sono diventati bar aperti h24 dove la gente vomita qualunquismo. Torno indietro, agli albori del web. Ecco. Sceglierò quali account tenere aperti sui social, poi taglierò i fronzoli. Via.

Ai possessori del melafonino suggerisco di intraprendere la stessa strada se non vorrete aumentare i minuti trascorsi sul telefono.

Ovviamente vi aggiornerò sugli sviluppi della mia personale lotta col tempo. Stay tuned.

Bohemian Rapsody (riflessioni semi serie)

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Lo scorso lunedì, dopo una lunga assenza nelle sale,  sono andato a vedere il film Bohemian Rapsody. Fermi non è una recensione, voglio solo raccontarvi quello che penso dopo averlo visto.

Sono un grande appassionato, quasi tendente al fan, dei Queen. Così tanto appassionato che dopo la dipartita del cantante per me è stato molto difficile continuare ad ascoltare i loro LP. Li ho conosciuti in un negozio di dischi del mio quartiere. Era il 1989 quando riuscii ad acquistare la cassetta dell’album The Miracle. La loro musica mi entrò subito nel cuore e nella testa. Da lì iniziò un innamoramento del quartetto inglese. Il mio walkman era solo per loro. Un anno, per il mio compleanno, i miei amici mi regalarono il VHS del concerto Live at Wembley e li costrinsi a guardarlo con me. Poi col tempo ero riuscito a reperire tutta la loro discografia. Ma nel novembre 1991 tutto crollò. Da lì in poi iniziò un lento oblio, come a volerli conservare dentro di me. E’ accaduto anche con un altro gruppo: i Nirvana, ma ne scriverò in un altro articolo.

Dicevo, lunedì sono andato a vedere il film un po’ per curiosità, un po’ per rivedere un vecchio amore e così è stato. Insomma rivedere, e risentire quelle note, è stato come incontrare un amore passato, una passione sopita. Non è un documentario sulla band, è un film e quindi una storia romanzata, ci sono delle imprecisioni, certo, ma chi se ne frega. La storia tiene, la musica, e che musica, la fa da protagonista. Insomma mentre lo guardavo ripensavo ai giorni passati in loro compagnia, a vedere come Freddie si muoveva sul palco, i suoi abiti e tutta la band e la folla che saltava e cantava. E qui arrivano le considerazioni del nuovo innamoramento.

La prima: peccato non aver partecipato ai loro concerti. Chissà se fosse stato ancora vivo avrei fatto di tutto per assistere ad un loro spettacolo. Peccato che sia morto troppo presto. Se fosse ancora vivo, i suoi baffi tendenti al bianco, la sua voce…

La seconda: ma quando ricapitano gruppi così? . Non si vedono all’orizzonte musicisti e cantanti e gruppi capaci di trasmettere quello che trasmettevano loro e con loro i gruppi “anziani” della musica poprock.
Devo dare ragione a Gino Castaldo che giorni fa scriveva un articolo molto interessante sull’argomento “musica pop rock”

La terza: la forma liquida che la musica, ma non solo, ha intrapreso, la sta trasformando. Digital store, programmi di streamig audio, Mp3, Flac e via discorrendo hanno cambiato in modo indelebile la sua fruizione. Se tornate un po’ indietro col testo riuscite a trovare dei termini che alcuni di noi, intendo della popolazione mondiale, nemmeno conoscono. VHS, musicassetta, walkman sono cose del secolo scorso però era un altro modo di sentire, e non di ascoltare, musica.
Insomma la tecnologia è andata avanti, ma se vogliamo sentire davvero la musica dobbiamo affidarci al buon vecchio vinile. Non agli Mp3, AAC e altri algoritmi informatici.

Concludendo, andate a vedere il film se siete nati sul finire del secolo scorso. Fatelo vedere ai vostri figli, non solo per la storia che il film racconta (altro che talent!), ma soprattutto per fargli sentire della buona musica. Quando tornate a casa andate subito su Youtube e fategli vedere la performance del Live Aid. Le loro orecchie vi ringrazieranno.

Verona e dintorni.

 

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Eccoci qui per raccontare e raccontarvi i nostri giorni veronesi con l’amico giallo. Siamo partiti la mattina presto, col treno AV. Lui era la prima volta che lo prendeva ed era emozionatissmo. La sera prima mi chiedeva il funzionamento del treno, la sua velocità massima. Insomma non stava nella sua pelle gialla ed ogni tanto mi chiedeva una banana.
Dicevamo… appena arrivati in stazione si è subito voluto far fare la foto di rito e poi colazione in terrazza. Via alle 7.15 il treno è partito. Molto velocemente, sul tratto dell’alta velocità, ha toccato i 245 km/h.

Il viaggio è trascorso tranquillamente. Chi ascoltava la musica, chi guardava un film, chi leggeva un giornale. La tranquillità è andata persa una volta fermati a Bologna. Lì i passeggeri che dovevano scendere si sono messi in fila nel corridoio in attesa dell’apertura delle porte. Noi guardavamo sornioni i nostri compagni di viaggio. Il treno si ferma e inizia la fase di discesa. Ad un tratto però, col vagone ancora pieno, la porta comincia a chiudersi e molti non fanno in tempo a scendere. Colti di sorpresa e meravigliati, il treno comincia a muoversi. Chi doveva scendere inizia a urlare, altri a dire: “fermate il treno!”. Ad un tratto un passeggero tira l’allarme credendo, in buona fede, che il treno si fermi. Invece rallenta e arriva la capotreno che si becca la sfuriata di circa 20-25 persone. Lei in evidente difficoltà, una volta ripristinati gli allarmi e verificato che nessuno stava male, ha detto a chi era rimasto a bordo che li avrebbero portati a Verona e poi indietro a Bologna. Dopo questo episodio, lasciamo i nostri compagni, forzati, di viaggio a Verona ed iniziamo la vacanza.

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Verso sera, a piazza Brà, l’amico giallo vuole la foto con dietro l’Arena. Subito accontentato. Stanchi, girovaghiamo per le strade della città. Ero già venuto a Verona ma per lavoro. Non ho avuto tempo di vederla nella sua bellezza. Grazie Alessia, me l’hai fatta vedere con altri occhi e da innamorati.  A proposito di innamorati, eravamo venuti qui anche per accontentare la sua voglia di vedere il famoso balcone della casa di Giulietta. Siamo nella città dell’amore.

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Eccolo qui, ai piedi di Giulietta. Era emozionatissimo. Vedere i biglietti sui muri e le dediche e i lucchetti di tutti quegli innamorati che dichiarano pubblicamente il loro amore lo ha commosso. A dir la verità anche noi abbiamo letto quasi tutti quei messaggi e  abbiamo respirato quell’aria densa e profumosa che solo gli innamorati sanno percepire. Concludiamo la serata con un’ottima cena presso una tipica osteria veneta con polenta, lardo e buon vino ed una passeggiata in città.

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Il giorno dopo ci alziamo presto, colazione e via in stazione per prendere il treno regionale per Venezia.

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Per chi scrive è stata la prima volta nella città lagunare. Sono rimasto estasiato dalla sua bellezza e tipicità. Quelle vie labirintiche, l’odore di salmastro  che c’è nell’aria, i suoi ponti, le gondole col loro sbattere l’onda ti colpiscono subito. Giriamo per tutto il giorno per le sue vie e negozi e ponti. Arriviamo in piazza San Marco e tra l’acqua alta che si sta ritirando riusciamo ad entrare nella basilica. Con una nota applicazione prenotiamo il pranzo e facciamo riposare le nostre gambe provate dal passeggio tra le calle.

Dopo pranzo ci dedichiamo alle foto ricordo del nostro amico per i ponti veneziani.

Ritornati a Verona porteremo per sempre i ricordi di questa incredibile città. Il giorno dopo scegliamo di visitare Mantova.

La città dei Gonzaga. La città dei laghi anche se sta sul fiume. La città di Virgilio.

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Camminiamo tra le strade mantovane. La costante, dato il periodo, è la nebbia. Avvolge la città, i suoi palazzi e i laghi. Città elegante, rinascimentale e medievale. Mi piace pensare come doveva essere a quel tempo. I cavalli coi cavalieri, gli artisti coi loro affreschi, i nobili coi loro vestiti. Si respira ancora quel sapore.
Andiamo alla ricerca della sbrisolona, il famoso dolce mantovano. Trovata, ne abbiamo acquistate due per portarle nella capitale.

Il nostro break autunnale volge al termine. Ci siamo ripromessi di tornare a Venezia e Mantova in un altro periodo per godere a pieno le bellezze che la nebbia ci ha nascosto.

Sul treno del ritorno che ci riporta nella capitale, ci prende un po’ di nostalgia. Nostalgia dei giorni passati a fare i turisti, ai bicchieri di buon vino bevuti e alle foto del nostro amico giallo. Al prossimo viaggio!