Cambi di orario

Piccola e breve storia triste.

Punto la sveglia alle 3:00 sul telefono, oggi ho il turno dalle 4:10, consapevole che dormirò un’ora di più.

Come spesso mi capita mi sveglio prima del suo suono. Leggo l’ora 2:52. Decido di alzarmi. Mi preparo, abluzioni mattutine per svegliarmi, preparazione della borsa frigo con la colazione. Mi sto vestendo. Indosso lo smartwatch. Rivedo l’ora per sicurezza: 2:10!

AAAARGH! Mi sono svegliato prima che l’ora tornasse indietro!!!Sconfortato mi spoglio nuovamente e mi butto a letto per recuperare 40 minuti ca di sonno. Ora ho gli occhi abbottati dal sonno. Il bello di lavorare a turni…

Post lockdown 1 quasi normalità

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Il virus pare essere confinato in focolai. Sono ormai più  di due mesi che siamo usciti dalle nostre case per riprendere la quasi normalità. Ci siamo abituati  ad indossare le mascherine, nonostante il caldo di inizio estate; il gel disinfettante è diventato un nostro compagno di vita, il caffè al bar non è più quello di una volta, pare di essere in un mondo più ordinato dove ognuno attende il proprio turno invece di ammassarsi come le cavallette. I mezzi pubblici girano stancamente tra le vie della città. I turisti non ci sono, le strade del centro sono ancora più vuote senza di loro.

La tivù ha ripreso a trasmettere le repliche di Don Matteo, dei film degli anni 80. Insomma è quasi tutto come prima.

Ora c’è da decidere se andare in vacanza in compagnia di mascherine, gel e guanti. Alla prossima puntata.

 

 

Primi segni di follia.

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I giorni scorrono, le giornate si allungano e la quarantena va avanti. I primi giorni abbiamo scoperto angoli di casa sconosciuti. Poi siamo passati alla pulizia delle superfici più o meno nascoste. I più virtuosi hanno cominciato lavori di imbiancatura delle pareti.

Siamo passati in cucina e ci siamo infilati nelle credenze alla ricerca di alimenti scaduti e li abbiamo trovati. Svuotate e pulite e riempite da quello che si è salvato dal blitz casalingo. Abbiamo continuato per le stanze delle nostre case alla ricerca dell’acaro da sterminare, dalla laniccia da aspirare agli armadi da sistemare.

I cestelli delle lavatrici stanno girando più volte alla settimana svuotando  il cesto dei panni sporchi molto velocemente. Le lavastoviglie detergono e sgrassano come non mai.
I nostri forni sono alle prese con uno stress test molto forte  cucinando dolci e pane e arrosti come fosse domenica ogni giorno.

Ma ora che abbiamo finito quasi tutte le opzioni di pulizia e lavori casalinghi, un lungo brivido corre lungo la schiena.

CHE FACCIAMO OGGI?

I suggerimenti sono graditi. Grazie.

La quarantena e i social.

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Oggi voglio affrontare il tema della quarantena e i social media. Da quando è iniziata i telefoni hanno cominciato a diventare roventi. Non passa minuto che arriva una notifica e lo schermo si illumina.

Immagini, video, link stanno movimentando la nostra quarantena. L’immagine che ti arriva dall’amico, che subito fai rimbalzare  verso il telefono di tuo zio, ritorna sul telefono dal collega di lavoro. Insomma i nostri telefoni sono messi a dura prova. Fa piacere riceverli, non fraintendetemi, ma ora la cosa ci sta scappando di mano.

Le storie su Instagram stanno diventando appuntamenti giornalieri come se fossero palinsesti televisivi, le dirette Facebook di quel personaggio famoso scandiscono il tempo sempre uguale delle giornate nelle nostre case.

Oltre alle catene di Sant’Antonio e ai messaggi bufala che girano, dove poi sei obbligato a fare un fact-cheking e stai prendendo una laurea in social media manager, stiamo vivendo una evoluzione social: le videochiamate di gruppo.

In ogni gruppo whatsapp si legge il fatidico messaggio: “Video chiamata di gruppo?” E via si parte. Ognuno mostra quello che sta facendo, come sta vivendo la quarantena.
Si inizia col percorso guidato all’interno di casa tipo openhouse, si continua poi con gli esercizi di fitness per far vedere agli altri che non passi il tempo sul divano e a combattere il senso di colpa di quello che si sta mangiando. Che poi in Cina che si mangiavano? In fondo a noi italiani ci va di lusso, ogni giorno gli Chef casalinghi improvvisano piatti nuovi cercando di svuotare le credenze piene di farina e zucchero a velo e odori aromatici per insaporire i piatti. Si, ci è andata bene sotto questo aspetto. Si conclude la video chiamata con la frase: “Daje che quando finisce tutto ci vediamo e ci abbracciamo”.

Insomma questi social ci stanno salvando, stanno rendendo meno noiose le nostre giornate e riducono le distanze imposte da questo isolamento sociale.
Quando sarà tutto finito trasformeremo i baci e gli abbracci virtuali in reali e festeggeremo all’aria aperta tutti insieme la fine di tutto questo.

 

Le retrovie.

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Tra qualche giorno sarà trascorsa una settimana di ritiro forzato in casa per voi. Per noi che siamo nelle retrovie e ci possiamo muovere, i giorni che stiamo vivendo sono surreali. Surreale è la mancanza di traffico, surreale è la mancanza di viaggiatori sulle banchine. Che poi, detto tra noi, sono ancora tante le persone che prendono i mezzi pubblici. Che ne sappiamo? Ormai abbiamo fatto l’occhio. Riconosciamo, in una frazione di secondo, chi si muove per lavoro, chi si muove per il gusto di muoversi.

Dicevo, questi giorni, surreali, stanno scorrendo. Tra di noi cresce la paura e l’ansia per questo microscopico virus. Insomma siamo tesi tutti quanti, come è normale che sia. Ogni giorno rischiamo. Ogni giorno di più. Però  mi voglio soffermare su una personale riflessione: questo virus ci ha dato una grande lezione e cioè quanto sono importanti i lavoratori dei servizi essenziali ( della logistica, delle merci, delle ferrovie, i tranvieri, dei supermercati, delle poste e banche).

Senza di loro, questo Paese, sarebbe morto. E allora ricordatevi di noi non solo in questi momenti, ma soprattutto nei giorni a venire, quando tutto sarà passato. Ricordatevi che noi ci siamo sempre, con i nostri pregi e i nostri difetti.  Supportateci sempre. Grazie.

A domani.

P.s.: ovviamente un grazie immenso a chi sta in prima linea, medici, infermieri anche loro per troppo tempo criticati. Ora più che mai facciamo squadra.

 

 

 

Cronache dal fronte.

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Inizio oggi le cronache dei giorni che stiamo vivendo. Sarà una cronaca, spero giornaliera, semi seria, una cronaca da chi si può spostare per lavoro e vede coi propri occhi la realtà fuori casa che non sia supermercato e affini. Una cronaca dei fatti e delle mie riflessioni.

Come sappiamo tutti, da mercoledì la maggior parte di noi è chiusa a in casa e può uscirne solo per necessità o per lavoro. Da quel giorno, l’11 marzo dell’anno 2020, ci possiamo affacciare solo ai balconi. I più fortunati che hanno il giardino  possono improvvisare un pic-nic. Però qualcosa dentro di noi sta cambiando. Dall’annuncio in tivù del Primo Ministro ci si è smosso qualcosa. Avevamo capito che stavamo (stiamo) vivendo la storia, quella con la S maiuscola. Chissà cosa si leggerà sui libri tra qualche decennio, sempre che i libri esistano ancora.

In questi giorni stiamo riscoprendo le nostre case, l’importanza dei nostri vicini di balcone, l’importanza del saluto. Questa frenata improvvisa delle nostre abitudini ci servirà per ripensare la nostra società e il nostro modo di vivere.

Alla prossima puntata.

Senza guarnigione.

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Chi segue questo blog, sa che nel giardino vi stazionava una piccola guarnigione di gatti da guardia. Soprannominati così perché per una razione giornaliera di croccantini ed un giaciglio al coperto e con maglione di lana, cacciavano topi e colombe e insetti vari e anche serpenti che capitavano, per loro sfortuna, nello yard.

Da qualche giorno anche l’ultimo guardiano ha lasciato l’avamposto. Il motivo non lo so. Avevo preparato tutto per l’inverno. Il trasportino al coperto col maglione e cartone all’interno, ciotole varie per il cibo e l’acqua, scatolette di umido per superare le temperature fredde.
Ora è tutto vuoto. Il giaciglio è alla ricerca di qualche gatto che vuole passare la notte. Le ciotole di cibo vengono usate anche dagli uccelletti oramai consapevoli che non finiranno preda degli artigli della guarnigione.

I pomeriggi scorrono così, senza i suoi agguati alla ricerca di qualche carezza e poi di qualche crocchetta. Le piogge di questi giorni ha reso tutto più triste, come se il cielo esprimesse la sua tristezza per la sua  mancanza. Il nomignolo che gli avevo affibbiato è Dorian II. Dorian perché aveva il pelo grigio (grey in inglese e il nome viene da sè). Secondo perché è stato il secondo gatto di quel colore.
Sicuramente la sua voglia di scoprire il territorio, la sua innata curiosità  lo hanno spinto lontano da qui, o forse è solo poco distante perché ha trovato la gatta dei suoi sogni. Chissà. Io comunque continuo a riempire la ciotola di croccantini la sera e la mattina la trovo vuota. Forse è lui che torna la notte. Forse.

Anno nuovo

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Da domani, anche se sarà domenica, inizierà un “nuovo” anno. Settembre dovrebbe essere il primo mese dell’anno visto che con l’estate pare fermarsi tutto. Molti sono rientrati dalle vacanze più incavolati, altri nelle auto in fila al semaforo hanno lo sguardo perso nel vuoto, come se avessero davanti ancora i paesaggi vacanzieri. Lunedì le città saranno a pieno regime, cominceranno nuovamente le file in strada, non si troverà posto dove fino a ieri lo si trovava, gli aperitivi e le apericene riempiranno i pomeriggi così come i racconti delle avventure estive più o meno amorose.

L’estate sta finendo, cantavano i Righeira, ma il caldo di questi giorni pare non essere d’accordo con la canzone. In televisione le repliche di Don Matteo sono finite, il campionato è cominciato ma pare non essersi fermato mai. Insomma piano piano tutto sta ricominciando come se fosse un nuovo capodanno.

Buon anno nuovo.

 

Dove siamo stati.

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Da qualche giorno siamo tornati alla normalità. Il viaggiatore giallo si sta riposando sulla mensola accanto ai suoi amichetti, noi siamo presi con lavatrici, sistemazione orto e siamo alle prese con il caldo. Aspettiamo con ansia le prime piogge di settembre.

Ma parliamo dei luoghi dove siamo stati nei giorni dolomitici. Abbiamo soggiornato presso l’hotel Costabella  Per la prima volta abbiamo soggiornato così in alto. La struttura si trova a Passo San Pellegrino, 1.910 m di altezza. Camere in stile montano (con molto legno), dalle finestre un paesaggio unico. Se volete stare tranquilli e godere della vicinanza della natura il posto fa per voi e Patrizio, il proprietario, mette tutti a proprio agio. Prodigo di consigli su dove andare, cosa fare. Lo ringraziamo dei giorni trascorsi in quota e ringraziamo tutto il suo staff. Ovviamente un saluto anche alla mascotte dell’hotel, Dante. Il bulldog più in alto di Italia.

Nei giorni trascorsi a camminare abbiamo visitato quasi tutto il passo San Pellegrino. Abbiamo pranzato alla Baita Paradiso un panorama mozzafiato, piatti buonissimi. Secondo noi una tappa obbligata se volete mangiare al Passo San Pellegrino. Altra tappa obbligata è il rifugio Fuciade situato in una valle chiusa ai piedi della catena del Costabella. Piatti della tradizione ladina con un tocco di ricercatezza. Andateci. Siamo andati anche alle terme a Pozza di Fassa. Se volete passare una giornata di relax avendo come cornice il bosco e le dolomiti ve le consigliamo. Vi consigliamo, inoltre, di visitare i luoghi della Prima Guerra Mondiale. Molto suggestivi e carichi di storia. Sulle cartine che danno in albergo o all’infopoint turistico trovate tutte le informazioni.
Alla prossima vacanza.

Defaticamento, si fa per dire.

Dopo il solito concilio a tre che si tiene ogni mattina dopo la colazione, abbiamo deciso di effettuare una passeggiata defaticante lungo un “anello” costruito sulla cartina. Era un incrocio di sentieri e strade carrabili. Insomma decidiamo di puntare le bacchette verso la Val Tegnosa. Si dice che lì via sia una rumorosa e numerosa colonia di marmotte. I loro fischi ci hanno fatto compagnia per un lungo tratto di strada. Il  sentiero è molto bello e si snoda ai piedi della catena di Costabella e Cima Uomo per poi deviare verso il bosco.

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Ci addentriamo nel bosco. La stradina è in discesa, le ginocchia emettono qualche lamento ma non appena sbuchiamo in località Fuciade (o Fuchiade) smettono di lamentarsi perché sanno che ci fermeremo per qualche oretta.

(me lo ha chiesto lui di non metterlo a fuoco per farvi vedere lo spettacolo alle sue spalle)

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Dopo il lauto pasto presso l’omonimo rifugio, riprendiamo il cammino su un sentiero non segnato col classico “logo” bianco/rosso sui sassi. Riusciamo a raggiungere una strada anch’essa nel bosco. Con alle spalle il rifugio entriamo in un’altra vallata; ci troviamo in Veneto! La via è in falsopiano ma all’ombra degli abeti. Scorgo tra le radici un piccolo presepe.

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Continuiamo a camminare ed un cartello ci avvisa che stiamo entrando in Valfredda. La Valfredda è un piccolo villaggio estivo di pastori, non credo che l’inverno ci abiti qualcuno. Si dedicano allo sfalcio dell’erba per poi trasformala in fieno per l’inverno, alla mungitura delle vacche che sono in alpeggio. E’ tutto uno scampanare di collari delle vacche.

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Arrivati alla fine del villaggio, torniamo indietro per la stessa strada. Percorriamo un pezzo di strada provinciale ma poi ci buttiamo nuovamente nei boschi per raggiungere un altro sentiero che ci porterà verso il lago di Pozze, superiamo anche questa località e a arrancando un pochino torniamo al punto di partenza. 23.893 passi, 16 km e mezzo. E per fortuna doveva essere una passeggiata defaticante!