E’ vacanza!

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Eccoci, dopo un anno circa, sulle Dolomiti. Siamo tornati e con noi il nostro amico giallo che, con mio grande stupore, è riuscito ad intrufolarsi tra i bagagli. Non so come faccia a fregarmi, ma tant’è. Ora è qui con noi.

Quest’anno siamo in quota, cioè ci troviamo su un Passo dolomitico e di confine tra le regioni Trentino e Veneto. Aria frizzante, silenzio tombale la notte.

Ieri prima escursione. Un primo allenamento per abituare i muscoli e i polmoni alla montagna. Giro panoramico percorrendo la mulattiera utilizzata dai nostri soldati durante il primo conflitto mondiale. Qui è pieno di trincee e cannoniere e punti di appostamento. Chissà quanti ragazzi hanno percorso coi loro fucili quella strada. Chissà quanti l’hanno potuta fare in discesa da vivi! Tutte domande che quando si cammina vengono alla testa.

Il nostro amico giallo, per rispetto a questi luoghi, ha voluto meno foto del previsto. La prima la vedete all’inizio di questo articolo, la seconda eccola qui. L’ha voluta fare quando ci siamo fermati per pranzo al rifugio quota 2.200 .

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Dietro di lui potete vedere il “Col Margherita” che non è una collina ma una montagna da 2.500 e rotti metri. Il primo giorno il conta passi si ferma a 19.135 e stanchi ci ritiriamo in stanza per riprendere le forze per la seconda escursione.

Gruppi whatsapp e dintorni.

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Se dieci anni fa qualcuno ci avesse avvertito della trasformazione dei nostri telefonini in un centro multimediale e multi-messaggi, di certo avremmo imparato meglio a convivere coi gruppi della nota applicazione di messaggistica istantanea. Ma non solo con lei. Però oggi voglio affrontare questo spinoso tema: i gruppi su Whatsapp.

Partecipiamo a molti gruppi, quelli del lavoro, quelli del gruppo di amici della partita di calcetto, quelli del gruppo di amici che organizza cene, i gruppi del cazzeggio dove lì si inviano immagini e video comici, insomma ne abbiamo per tutti i gusti. Almeno per me è così. Tralascio i gruppi temporanei che nascono e muoiono per partecipare ad un evento.

Tempo fa vengo contattato su faccialibro, mia personale traduzione a Facebook, da una compagna di classe delle scuole medie  e mi chiede se volessi essere inserito nel gruppo omonimo per organizzare una rimpatriata. Per i primi minuti ho avvertito un lungo brivido sulla schiena. Subito mi è venuto in mente il film antesignano dei gruppi WA* e cioè “Compagni di scuola” di Verdone. Ho immaginato il Fabris di turno, il Tony Brando e lo schiaffo d’Anagni e via discorrendo. Pero’, ho pensato, è anche un’occasione per vedere cosa siamo diventati, come la vita ci ha trasformato e quindi dopo qualche momento di mutismo elettronico col cursore lampeggiate, ho dato il mio assenso e il mio numero di telefono e in men che non si dica sono stato catapultato, dopo circa trent’anni, tra i banchi di scuola virtuali della classe che si è ricostituita sullo smartphone. E via di messaggi e immagini di vecchie foto da far prendere uno spavento a Dario Argento e gli immancabili aneddoti scolastici e imitazioni dei professori.

Organizziamo la pizza e ci raccontiamo le nostre vite, per fortuna nessuno di noi ha portato le foto nella scatola di scarpe che sta sopra l’armadio. La serata si conclude col classico selfie collettivo che diventa immagine del gruppo, poi dopo quella sera, dopo altri tentativi di bissare la serata il gruppo è andato sciamando deviando verso il silenzio.

Ovviamente con alcuni ci sentiamo regolarmente e cerchiamo di vederci spesso e ci riusciamo, pero’ quel gruppo silente sta lì come il monolite dell’odissea nello spazio che poi è veramente un odissea organizzare una cena dati gli impegni di tutti.

Concludendo, l’uso sconsiderato di gruppi e notifiche forse ci fa perdere quelli importanti o forse, dopo l’euforia iniziale, l’adrenalina scende e solo a chi importa veramente continuare a rimanere in contatto cerca di animare e vivere il gruppo. Un po’ come è nella vita reale, c’è chi coltiva le amicizie e chi le vive in modo annoiato.

*: Whatsapp

L’avventura del passero.

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Qualche giorno fa, di ritorno dal lavoro, mentre entravamo in casa e sistemavamo la spesa, dal camino ho avvertito dei rumori. Inizio a cercare il motivo di tali strani suoni.
L’indagine mi porta dietro al muro dove è posizionato il camino e a seguire la strada della canna fumaria.

All’inizio pensavo fosse il vento che faceva muovere la “palla” alla fine del comignolo, ma di vento neanche un alito. All’improvviso vedo sul cappello che chiude la canna, un passerotto che scruta all’interno. Capisco allora che un suo simile è caduto, o entrato, all’interno. Pero’ non può uscire in quanto non è un camino semplice, ma un termo camino, quindi sopra di esso vi sono sono tubi e il sistema di riscaldamento della casa e il vetro che chiude la camera di combustione.

Il malcapitato, o avventuriero, passerotto si muoveva all’interno della canna. Mi recavo subito da un professionista che pulisce i camini e le canne per chiedere se potesse intervenire per liberare l’animale, ma purtroppo non poteva e mi diceva che dovevo attendere almeno una decina di giorni. Preso dallo sconforto tornavo a casa. Non sapevo più cosa fare per liberarlo. Dovevo attendere che morisse.

Stavo in giardino a sistemare l’orto con la legatura dei pomodori quando, all’improvviso, la mia fidanzata corre verso di me e inizia a urlare che il passerotto era uscito dal camino pero’ aveva sbattuto contro il vetro della finestra ed era mezzo tramortito sul pavimento. Mi infilo i guanti e vado a prenderlo. Era vivo! Lo prendo tra le mani e vedo che reagisce e lo porto fuori. All’improvviso spicca al volo. Prima di sparire nell’orizzonte, si volta indietro e mi guarda per qualche attimo quasi a voler ringraziare. Sparisce volando nel prato di fronte.

Il giorno successivo stessa storia, sempre lui. Ancora una volta nel camino. Stavolta pero’ conosceva la strada e, una volta aperta la finestra, usciva e tornava a svolazzare nel cielo.

Casa Famiglia

 

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Venerdì scorso sono stato invitato alla festa per i 20 anni della Casa Famiglia Oikos di Napoli.

Ma facciamo un po’ di storia. La parrocchia romana che frequento è gestita dai Missionari della Madonna de La Salette, i missionari gestiscono anche una parrocchia a Napoli  nel rione Traiano un quartiere problematico. Appunto venti anni fa circa, il parroco Padre Angelo, persona illuminata dal bene, si prodigava affinché il quartiere rinascesse. Col suo impegno e con quello di altre persone, che possiamo definire un po’ “folli”, è stata ristrutturata una ex scuola, davanti la chiesa, che è diventata un “centro sociale” per il quartiere. Ora offre un centro medico di strada, un centro Caritas che distribuisce generi alimentari per i poveri, un cineforum di quartiere, offre ripetizioni delle lezioni scolastiche, insomma un punto di aggregazione per gli abitanti.
Sempre in quegli anni, oltre al centro sociale, si gettarono le basi per l’attuale Casa Famiglia. Venne fondata una cooperativa sociale e tra mille difficoltà, imprevisti, aiuti, ora gestisce una struttura  dove vengono ospitati bimbi che vivono situazioni di disagio sociale. Questa realtà, che si trova vicino alla parrocchia e al centro sociale, si è radicata nel tessuto sociale napoletano e fa  parte di una rete territoriale che li vede in una stretta ed intensa collaborazione fra diversi enti del privato sociale, il Comune di Napoli ed altri Comuni, istituzioni pubbliche (scuole, ASL, Tribunale per i Minorenni).

Questa Casa Famiglia ha compiuto 20 anni di attività e sono stato invitato alla festa. Festa che ha avuto una grande partecipazione da parte dei cittadini e da parte delle istituzioni, ed è stata occasione per una raccolta fondi per l’acquisto di una nuova auto (quella attuale è diventata un po’ vecchiotta).

La mia storia con quella della Casa si intreccia prima della sua fondazione. Ho partecipato al primo campo estivo se così lo possiamo chiamare. Era una allegra armata brancaleone di bimbi e ragazzi e adulti con l’immancabile figura di Padre Angelo. Ho dato una mano a quei “visionari”, e un po’ “pirati”, a far trascorrere due settimane al mare agli ospiti più piccoli di quella comunità. Quanti divertimenti, quanti sorrisi. Di strada, da quella prima esperienza, ne ha fatta. E’ bello vedere ora che quei semi buttati sono diventati un albero di venti anni. L’idea di Padre Angelo era ed è giusta, donare un po’ di normalità a quei bimbi, futuri cittadini, e seminare nelle loro coscienze che un mondo diverso è possibile e avere la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita, non è un sogno ma una realtà.

Grazie Padre Angelo per la tua “follia” e grazie a chi l’ha seguito e ha fatto di tutto affinché quei semi crescessero.

Vi lascio i contatti se volete rimanere aggiornati sulle attività della cooperativa:

https://www.progettouomo.org/ 

Ginnastica ritmica

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Domenica scorsa ho assistito alle gare regionali di ginnastica ritmica della mia nipotina in quel di Morlupo. Palazzetto dello sport gremito, a fatica abbiamo trovato posto tra gli spalti. Musica assordante, stesse prove a seconda delle categorie.

Bambini elettrizzati coi loro genitori al seguito. Doveva durare giusto il tempo dell’esibizione ma invece, per ritardi vari, ci siamo sorbiti le esibizioni delle altre partecipanti, la premiazione della categoria e la presentazione di quella successiva.

Alla fine la povera piccola, a digiuno, si è esibita alle 14 con ben un’ora e mezzo di ritardo dal programmato. Dopo la sua esibizione, fortunatamente, sono passate alle premiazioni e la sua squadra ha vinto la medaglia d’oro di categoria. Bene, bravissima. Sei sulla strada giusta.

Una riflessione: non avevo mai assistito ad una sessione di gara di ginnastica ritmica dal vivo. Sport minore, ma minore a chi? non si sa. Lo sport è lo sport. Punto. Peccato pero’ che non abbiamo una eco mediatica sui media  come le partite di calcio dalla categoria pulcini in su. Forse è proprio questa cultura dello sport che manca in Italia.

Orto in giardino

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Lo scorso anno ho aderito al progetto di un ragazzo (il vecchio contadino), dove lui proponeva gli orti in affitto. Ho preso, insieme a mio fratello, l’orto per la stagione invernale (ottobre-febbraio). Abbiamo così  mangiato i broccoli e cavolfiori e carote e finocchi. Nei giorni prestabiliti andavo all’orto e raccoglievo dalla pianta. Una bella iniziativa. Lui, il vecchio contadino, pensava alla “manutenzione” dell’orto, gli ortolani dovevano solo raccogliere.
Verso gennaio scorso ha proposto l’affitto dell’orto estivo ed ho subito aderito. Quello estivo è più colorato, più produttivo rispetto a quello invernale.

La settimana scorsa ricevo un messaggio dal contadino dove mi avverte che, per le poche adesioni all’orto estivo, il progetto “orti in affitto, io coltivo tu raccogli” non partiva ma si evolveva in un unico orto grande dove si prendevano i frutti e si pagava a peso forfettario. Dopo una rapida consultazione con la mia fidanzata, abbiamo deciso di provare a fare un orto nel giardino. Lo abbiamo deciso perché non ci piace l’idea dell’orto unico, anche se ci siamo promessi di passare qualche volta per prendere il formaggio e le uova. Auguriamo al “vecchio contadino” buona strada.

Armato di vanga, dopo aver ricevuta una lezione di vangatura dal vicino 82enne e dopo aver delimitato l’area scelta per realizzare l’orto, ho iniziato a smuovere la terra. Lo potete vedere nella foto in alto. All’incirca sono 30 mq. Spero che per metà mese di aver finito l’operazione di vangatura e concimatura ed iniziare a piantare l’orto estivo.

Cercherò di aggiornare questo blog sugli avanzamenti della coltivazione e produzione. Stay tuned.

Il telefono tira le somme.

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I possessori del melafonino, dall’ultimo aggiornamento del sistema operativo, ogni settimana, ricevono la notifica del tempo di utilizzo del device. Ogni domenica leggono quanto tempo passano davanti allo schermo, quante notifiche ricevono e così via.

Oggi, domenica, la notifica è arrivata. Puntuale. Mi dice che la mia media di utilizzo è aumentata dalla scorsa settimana, ben 8% in più. Insomma tanto, secondo me. Il totale settimanale conteggiato dalla app è di ben 36h e 38 primi. Di questo tempo mi conta anche quanto ne ho passato sulle singole applicazioni. 7h e 50 minuti sul noto programma di messaggistica istantanea, 4h con il gioco delle caramelle, stesso tempo per il social network della effe e via contando. Sorvolo, si fa per dire, sulle notifiche ricevute (ca 241 al giorno) e veniamo al mio pensiero che vorrei condividere con voi che leggete.

Questa applicazione nativa dell’Iphone è molto utile. Utile perché ti fa capire quanto tempo si passa sul piccolo schermo. Insomma i numeri ti mettono con le spalle al muro, ti inchiodano e ti fanno pensare. Se prendiamo i miei dati settimanali praticamente ho passato un giorno e mezzo a ricevere e leggere e inviare messaggi, giocare per passatempo e via discorrendo. Quindi su sette giorni a disposizione ne ho buttati, si è così non prendiamoci in giro, tre. Troppi. Devo cambiare questi numeri.

Alla luce di quanto scritto, visto anche il  tempo buttato davanti ai cinque pollici di vetro, comincerò dal modificare le mie, insane, abitudini. Prima cosa, ridurrò la mia attività sui social fino alla cancellazione, oramai sono diventati bar aperti h24 dove la gente vomita qualunquismo. Torno indietro, agli albori del web. Ecco. Sceglierò quali account tenere aperti sui social, poi taglierò i fronzoli. Via.

Ai possessori del melafonino suggerisco di intraprendere la stessa strada se non vorrete aumentare i minuti trascorsi sul telefono.

Ovviamente vi aggiornerò sugli sviluppi della mia personale lotta col tempo. Stay tuned.

L’anno che verrà.

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Il nuovo anno è iniziato da meno di quarantotto ore. Ognuno di noi nella notte di San Silvestro ha espresso un desiderio o ha mandato a quel paese le cose brutte dell’anno appena passato. Con questo post, come intenzione del 2019,  voglio rimettere in ordine il blog, dargli una forma un’anima.

Quest’anno tenterò di scrivere più articoli, insomma di far vivere, e di vivere, il blog. Credo che lentamente lascerò il social dalla effe bianca per dedicarmi alle pagine elettroniche. Inoltre dovrò collaborare con un progetto, ma vi aggiornerò.

Per concludere, oggi articolo molto breve, vi auguro di essere il cambiamento che volete vedere nella vostra porzione di mondo.

Oscar

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Oggi vi parlo di Oscar. Chi è? E’ un gatto ovviamente. Potete vederlo in foto. Da un po’ di giorni non si vede più davanti alle ciotole dei croccantini. Dovete sapere che qui abbiamo i “gatti da guardia” , come li ho soprannominati. Sono i gatti del giardino, spiriti liberi che in cambio di cibo tengono sotto controllo le presenze di roditori nel prato.

Lui faceva parte della guarnigione ora ridotta ad una presenza: quella di Dorian II. Ma torniamo ad Oscar. E’ apparso quasi per caso un giorno, portato dalla madre. Si è subito attaccato a noi abitanti della casa, ci aspettava davanti alla porta, ci osservava dalla finestra. Quando qualcuno di noi usciva dalla porta subito si parava davanti ad aspettare una carezza, un saluto. Lui ricambiava facendo le fusa tra le gambe.
Quando vedeva che armeggiavo col taglia erba nel prato, lui osservava sornione e con gli occhi seguiva ogni mio movimento. Quando col vicino parlavamo del più e del meno, lui si parava in mezzo e tra le nostre chiacchiere ci scappava un suo miagolio.

Da qualche giorno, come ho accennato, non si vede più. Gli ultimi giorni stava male. Lo abbiamo portato dal veterinario, tentando di rimetterlo in sesto. Ma la terapia è stata interrotta dalla sua scomparsa.

Ogni tanto, guardando dalla finestra, spero in un suo ritorno. Ma ancora niente. Chissà. Mi mancano i suoi agguati per cercare una carezza.

Ciao Oscar. Ovunque tu sia.

Bohemian Rapsody (riflessioni semi serie)

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Lo scorso lunedì, dopo una lunga assenza nelle sale,  sono andato a vedere il film Bohemian Rapsody. Fermi non è una recensione, voglio solo raccontarvi quello che penso dopo averlo visto.

Sono un grande appassionato, quasi tendente al fan, dei Queen. Così tanto appassionato che dopo la dipartita del cantante per me è stato molto difficile continuare ad ascoltare i loro LP. Li ho conosciuti in un negozio di dischi del mio quartiere. Era il 1989 quando riuscii ad acquistare la cassetta dell’album The Miracle. La loro musica mi entrò subito nel cuore e nella testa. Da lì iniziò un innamoramento del quartetto inglese. Il mio walkman era solo per loro. Un anno, per il mio compleanno, i miei amici mi regalarono il VHS del concerto Live at Wembley e li costrinsi a guardarlo con me. Poi col tempo ero riuscito a reperire tutta la loro discografia. Ma nel novembre 1991 tutto crollò. Da lì in poi iniziò un lento oblio, come a volerli conservare dentro di me. E’ accaduto anche con un altro gruppo: i Nirvana, ma ne scriverò in un altro articolo.

Dicevo, lunedì sono andato a vedere il film un po’ per curiosità, un po’ per rivedere un vecchio amore e così è stato. Insomma rivedere, e risentire quelle note, è stato come incontrare un amore passato, una passione sopita. Non è un documentario sulla band, è un film e quindi una storia romanzata, ci sono delle imprecisioni, certo, ma chi se ne frega. La storia tiene, la musica, e che musica, la fa da protagonista. Insomma mentre lo guardavo ripensavo ai giorni passati in loro compagnia, a vedere come Freddie si muoveva sul palco, i suoi abiti e tutta la band e la folla che saltava e cantava. E qui arrivano le considerazioni del nuovo innamoramento.

La prima: peccato non aver partecipato ai loro concerti. Chissà se fosse stato ancora vivo avrei fatto di tutto per assistere ad un loro spettacolo. Peccato che sia morto troppo presto. Se fosse ancora vivo, i suoi baffi tendenti al bianco, la sua voce…

La seconda: ma quando ricapitano gruppi così? . Non si vedono all’orizzonte musicisti e cantanti e gruppi capaci di trasmettere quello che trasmettevano loro e con loro i gruppi “anziani” della musica poprock.
Devo dare ragione a Gino Castaldo che giorni fa scriveva un articolo molto interessante sull’argomento “musica pop rock”

La terza: la forma liquida che la musica, ma non solo, ha intrapreso, la sta trasformando. Digital store, programmi di streamig audio, Mp3, Flac e via discorrendo hanno cambiato in modo indelebile la sua fruizione. Se tornate un po’ indietro col testo riuscite a trovare dei termini che alcuni di noi, intendo della popolazione mondiale, nemmeno conoscono. VHS, musicassetta, walkman sono cose del secolo scorso però era un altro modo di sentire, e non di ascoltare, musica.
Insomma la tecnologia è andata avanti, ma se vogliamo sentire davvero la musica dobbiamo affidarci al buon vecchio vinile. Non agli Mp3, AAC e altri algoritmi informatici.

Concludendo, andate a vedere il film se siete nati sul finire del secolo scorso. Fatelo vedere ai vostri figli, non solo per la storia che il film racconta (altro che talent!), ma soprattutto per fargli sentire della buona musica. Quando tornate a casa andate subito su Youtube e fategli vedere la performance del Live Aid. Le loro orecchie vi ringrazieranno.