Salire in montagna

Quest’anno siamo tornati in montagna, meglio sulle montagne dell’Alto Adige. Visto anche il periodo anomalo per salire in montagna, la scelta è stata molto difficoltosa. Alla fine siamo in Val Badia. Terra Ladina .

Come ogni volta che andiamo da qualche parte ci portiamo dietro il nostro amichetto giallo, ma questa volta si è aggiunto l’amichetto quadrupede che da qualche mese ci riempie le giornate. Come primo giorno, dopo il viaggio per arrivare qui, ci siamo fidati dei suggerimenti del proprietario dell’albergo dove soggiorniamo. Anche perché dovevamo testare il piccolo amico a quattro zampe sui sentieri dolomitici. Si parte per Rifugio Santa Croce con annessa chiesa del Santuario omonimo (rifugio la Crusc in ladino). Alla fine, da una passeggiata tranquilla descritta la sera prima nella realtà è stata una bella e tosta, come primo giorno, sgambata di 700 m di dislivello! Insomma le gambe a metà percorso chiedevano di tornare indietro, ma poi piano piano e anche con l’aiuto del piccolo ma tosto Milo, siamo arrivati alla meta. Paesaggi mozzafiato che ripagano dello sforzo.

Il nostro amichetto giallo, invece, si godeva il panorama dal mio zaino. Arrivati al Santuario ha voluto la foto di rito.

Come potete vedere non ha perso il suo lato vanitoso. Abbiamo proseguito per un altro pezzo per raggiungere la “grotta della neve” ma a metà strada veniamo avvisati che è chiusa. Quindi abbiamo ripiegato verso il rifugio e poi siamo ridiscesi verso la stazione della seggiovia perché il tempo prometteva tempesta. Rifocillati, siamo ripartiti e tornati a casa. Un po’ distrutti ma soddisfatti.

Verso la fine dell’anno.

Di solito verso la fine dell’anno si tirano le somme. Io, invece, vorrei cancellare dal nostro vocabolario le seguenti parole: lockdown, zone rosse e arancioni e gialle, autocertificazione per gli spostamenti, positivo (che ha assunto un’accezione negativa), coprifuoco, congiunti (nel senso della visita solo ai), tamponi, conferenza stampa in tivù, videochiamata, sanificazioni, gel mani, mascherine e se mi sono scordato qualcosa aggiungete voi.

Natale e dintorni.

Siamo arrivati al Natale di un anno difficile. Lo avevamo iniziato con tante aspettative, poi un esserino microscopico ha sconvolto le nostre vite. Insomma pensavamo di averle viste tutte, ma una pandemia proprio mancava all’elenco delle cose da fare nella nostra vita. Siamo diventati epidemiologi e dottori e scienziati e ricercatori. Le mascherine sono diventate parte essenziale del nostro corpo. Nei mesi scorsi abbiamo conosciuto una nuova parola: lockdown. Intraducibile in italiano. Speriamo di toglierla presto dal nostro vocabolario.
Col passare dei mesi e dei contagi e, purtroppo, dei morti siamo stati catapultati in questo Natale diverso.

Natale di divieti e di video chiamate. Autocertificazione in tasca, calcolatrice per fare i conti esatti di quanti stare a tavola, tavola preparata col metro da sarta per contare i centimetri tra un piatto e l’altro. Questo virus ci ha tolto tutto.

Proprio da questo Natale deve partire la rinascita. Il mio augurio è: rinasciamo e scacciamo le paure, le angosce che ci sono intorno. Possiate ritrovare quella intima serenità e quella voglia di donare un pezzettino del vostro tempo al prossimo. Ecco cosa ci ha insegnato questo virus: senza comunione con il vicino non si va da nessuna parte.

Buon Natale a tutti noi, nonostante tutto.

Nuovo ospite.

Milo e il bagno di sole.

Come sapete abitiamo in campagna. Tranquillità, orto casalingo, avvistamenti di uccelli più o meno rapaci, il silenzio della notte e il latrare dei cani. Insomma una vita che scorre tra le chiacchiere col vicino di quarantanni più grande di me e il giardino da preparare per l’inverno.

In una giornata di fine ottobre, mentre stavo fuori a godermi un po’ di sole e vedere i lavori da fare nei prossimi giorni in giardino, noto sulla strada provinciale lo zompettare di un piccolo cane dallo sguardo disorientato e impaurito.
Vedo che attraversa la strada avvicinandosi al cancello, chissà forse mi aveva visto anche lui. Apro l’anta e lui si infila velocemente dentro come una nave quando attracca in un porto sicuro.
Si fa avvicinare non è diffidente. Preparo subito un piatto con un po’ di acqua e un altro piatto con dei croccantini rimasti dalla legione dei gatti da guardia . Si rifocilla. Noto che ha una catena a mo di collare.

Con Alessia scattiamo qualche foto e le pubblichiamo sui social nel caso in cui sia scappato da qualche casa. Poco dopo lo porto, con qualche difficoltà nel caricarlo in auto per il piccolo viaggio, dal veterinario per controllare se ha il chip di riconoscimento. Non ha chip.
La veterinaria lo controlla e dice che sta bene e che l’ho vinto. Io faccio finta di non aver sentito. Insomma il mio animo da “gattaro” viene messo in discussione da un trovatello.

I primi giorni passano nella ricerca reciproca di stabilire un contatto. Piano piano, crocchette dopo crocchette, riusciamo a ricostruire quel clima di fiducia tra cane e uomo. Le prime sere, quando andavamo a dormire e lo lasciavamo in salone, veniva in camera da letto per controllare se ci fossimo ancora. Due carezze e tornava nel suo letto improvvisato.

Di tanto in tanto controlliamo le foto pubbblicate se qualcuno lo cerca ma nessuno si fa avanti. E’ scappato? Sarà stato abbandonato?

E’ quasi un mese che ha preso possesso dei nostri cuori e tra carezze e abbracci e uscite in giardino si è tranquillizzato molto. Si è abituato ai nostri strani orari lavorativi e ogni volta che torniamo e apriamo la porta lui è pronto con le feste alla ricerca di qualche carezza.

Gli abbiamo dato come nome Milo. Cane fortunato che ha (ri)trovato una casa dove stare e donare la sua compagnia.

Anche i “gattari” possono diventare amanti dei cani.

P.s.: era da qualche tempo che stressavo Alessia con la domanda: “Come lo vedi un cane con noi?”. Insomma la vita riserva sempre mille sorprese.

Cambi di orario

Piccola e breve storia triste.

Punto la sveglia alle 3:00 sul telefono, oggi ho il turno dalle 4:10, consapevole che dormirò un’ora di più.

Come spesso mi capita mi sveglio prima del suo suono. Leggo l’ora 2:52. Decido di alzarmi. Mi preparo, abluzioni mattutine per svegliarmi, preparazione della borsa frigo con la colazione. Mi sto vestendo. Indosso lo smartwatch. Rivedo l’ora per sicurezza: 2:10!

AAAARGH! Mi sono svegliato prima che l’ora tornasse indietro!!!Sconfortato mi spoglio nuovamente e mi butto a letto per recuperare 40 minuti ca di sonno. Ora ho gli occhi abbottati dal sonno. Il bello di lavorare a turni…

Post lockdown 1 quasi normalità

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Il virus pare essere confinato in focolai. Sono ormai più  di due mesi che siamo usciti dalle nostre case per riprendere la quasi normalità. Ci siamo abituati  ad indossare le mascherine, nonostante il caldo di inizio estate; il gel disinfettante è diventato un nostro compagno di vita, il caffè al bar non è più quello di una volta, pare di essere in un mondo più ordinato dove ognuno attende il proprio turno invece di ammassarsi come le cavallette. I mezzi pubblici girano stancamente tra le vie della città. I turisti non ci sono, le strade del centro sono ancora più vuote senza di loro.

La tivù ha ripreso a trasmettere le repliche di Don Matteo, dei film degli anni 80. Insomma è quasi tutto come prima.

Ora c’è da decidere se andare in vacanza in compagnia di mascherine, gel e guanti. Alla prossima puntata.

 

 

Primi segni di follia.

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I giorni scorrono, le giornate si allungano e la quarantena va avanti. I primi giorni abbiamo scoperto angoli di casa sconosciuti. Poi siamo passati alla pulizia delle superfici più o meno nascoste. I più virtuosi hanno cominciato lavori di imbiancatura delle pareti.

Siamo passati in cucina e ci siamo infilati nelle credenze alla ricerca di alimenti scaduti e li abbiamo trovati. Svuotate e pulite e riempite da quello che si è salvato dal blitz casalingo. Abbiamo continuato per le stanze delle nostre case alla ricerca dell’acaro da sterminare, dalla laniccia da aspirare agli armadi da sistemare.

I cestelli delle lavatrici stanno girando più volte alla settimana svuotando  il cesto dei panni sporchi molto velocemente. Le lavastoviglie detergono e sgrassano come non mai.
I nostri forni sono alle prese con uno stress test molto forte  cucinando dolci e pane e arrosti come fosse domenica ogni giorno.

Ma ora che abbiamo finito quasi tutte le opzioni di pulizia e lavori casalinghi, un lungo brivido corre lungo la schiena.

CHE FACCIAMO OGGI?

I suggerimenti sono graditi. Grazie.

La quarantena e i social.

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Oggi voglio affrontare il tema della quarantena e i social media. Da quando è iniziata i telefoni hanno cominciato a diventare roventi. Non passa minuto che arriva una notifica e lo schermo si illumina.

Immagini, video, link stanno movimentando la nostra quarantena. L’immagine che ti arriva dall’amico, che subito fai rimbalzare  verso il telefono di tuo zio, ritorna sul telefono dal collega di lavoro. Insomma i nostri telefoni sono messi a dura prova. Fa piacere riceverli, non fraintendetemi, ma ora la cosa ci sta scappando di mano.

Le storie su Instagram stanno diventando appuntamenti giornalieri come se fossero palinsesti televisivi, le dirette Facebook di quel personaggio famoso scandiscono il tempo sempre uguale delle giornate nelle nostre case.

Oltre alle catene di Sant’Antonio e ai messaggi bufala che girano, dove poi sei obbligato a fare un fact-cheking e stai prendendo una laurea in social media manager, stiamo vivendo una evoluzione social: le videochiamate di gruppo.

In ogni gruppo whatsapp si legge il fatidico messaggio: “Video chiamata di gruppo?” E via si parte. Ognuno mostra quello che sta facendo, come sta vivendo la quarantena.
Si inizia col percorso guidato all’interno di casa tipo openhouse, si continua poi con gli esercizi di fitness per far vedere agli altri che non passi il tempo sul divano e a combattere il senso di colpa di quello che si sta mangiando. Che poi in Cina che si mangiavano? In fondo a noi italiani ci va di lusso, ogni giorno gli Chef casalinghi improvvisano piatti nuovi cercando di svuotare le credenze piene di farina e zucchero a velo e odori aromatici per insaporire i piatti. Si, ci è andata bene sotto questo aspetto. Si conclude la video chiamata con la frase: “Daje che quando finisce tutto ci vediamo e ci abbracciamo”.

Insomma questi social ci stanno salvando, stanno rendendo meno noiose le nostre giornate e riducono le distanze imposte da questo isolamento sociale.
Quando sarà tutto finito trasformeremo i baci e gli abbracci virtuali in reali e festeggeremo all’aria aperta tutti insieme la fine di tutto questo.

 

Le retrovie.

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Tra qualche giorno sarà trascorsa una settimana di ritiro forzato in casa per voi. Per noi che siamo nelle retrovie e ci possiamo muovere, i giorni che stiamo vivendo sono surreali. Surreale è la mancanza di traffico, surreale è la mancanza di viaggiatori sulle banchine. Che poi, detto tra noi, sono ancora tante le persone che prendono i mezzi pubblici. Che ne sappiamo? Ormai abbiamo fatto l’occhio. Riconosciamo, in una frazione di secondo, chi si muove per lavoro, chi si muove per il gusto di muoversi.

Dicevo, questi giorni, surreali, stanno scorrendo. Tra di noi cresce la paura e l’ansia per questo microscopico virus. Insomma siamo tesi tutti quanti, come è normale che sia. Ogni giorno rischiamo. Ogni giorno di più. Però  mi voglio soffermare su una personale riflessione: questo virus ci ha dato una grande lezione e cioè quanto sono importanti i lavoratori dei servizi essenziali ( della logistica, delle merci, delle ferrovie, i tranvieri, dei supermercati, delle poste e banche).

Senza di loro, questo Paese, sarebbe morto. E allora ricordatevi di noi non solo in questi momenti, ma soprattutto nei giorni a venire, quando tutto sarà passato. Ricordatevi che noi ci siamo sempre, con i nostri pregi e i nostri difetti.  Supportateci sempre. Grazie.

A domani.

P.s.: ovviamente un grazie immenso a chi sta in prima linea, medici, infermieri anche loro per troppo tempo criticati. Ora più che mai facciamo squadra.

 

 

 

Cronache dal fronte.

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Inizio oggi le cronache dei giorni che stiamo vivendo. Sarà una cronaca, spero giornaliera, semi seria, una cronaca da chi si può spostare per lavoro e vede coi propri occhi la realtà fuori casa che non sia supermercato e affini. Una cronaca dei fatti e delle mie riflessioni.

Come sappiamo tutti, da mercoledì la maggior parte di noi è chiusa a in casa e può uscirne solo per necessità o per lavoro. Da quel giorno, l’11 marzo dell’anno 2020, ci possiamo affacciare solo ai balconi. I più fortunati che hanno il giardino  possono improvvisare un pic-nic. Però qualcosa dentro di noi sta cambiando. Dall’annuncio in tivù del Primo Ministro ci si è smosso qualcosa. Avevamo capito che stavamo (stiamo) vivendo la storia, quella con la S maiuscola. Chissà cosa si leggerà sui libri tra qualche decennio, sempre che i libri esistano ancora.

In questi giorni stiamo riscoprendo le nostre case, l’importanza dei nostri vicini di balcone, l’importanza del saluto. Questa frenata improvvisa delle nostre abitudini ci servirà per ripensare la nostra società e il nostro modo di vivere.

Alla prossima puntata.