Defaticamento, si fa per dire.

Dopo il solito concilio a tre che si tiene ogni mattina dopo la colazione, abbiamo deciso di effettuare una passeggiata defaticante lungo un “anello” costruito sulla cartina. Era un incrocio di sentieri e strade carrabili. Insomma decidiamo di puntare le bacchette verso la Val Tegnosa. Si dice che lì via sia una rumorosa e numerosa colonia di marmotte. I loro fischi ci hanno fatto compagnia per un lungo tratto di strada. Il  sentiero è molto bello e si snoda ai piedi della catena di Costabella e Cima Uomo per poi deviare verso il bosco.

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Ci addentriamo nel bosco. La stradina è in discesa, le ginocchia emettono qualche lamento ma non appena sbuchiamo in località Fuciade (o Fuchiade) smettono di lamentarsi perché sanno che ci fermeremo per qualche oretta.

(me lo ha chiesto lui di non metterlo a fuoco per farvi vedere lo spettacolo alle sue spalle)

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Dopo il lauto pasto presso l’omonimo rifugio, riprendiamo il cammino su un sentiero non segnato col classico “logo” bianco/rosso sui sassi. Riusciamo a raggiungere una strada anch’essa nel bosco. Con alle spalle il rifugio entriamo in un’altra vallata; ci troviamo in Veneto! La via è in falsopiano ma all’ombra degli abeti. Scorgo tra le radici un piccolo presepe.

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Continuiamo a camminare ed un cartello ci avvisa che stiamo entrando in Valfredda. La Valfredda è un piccolo villaggio estivo di pastori, non credo che l’inverno ci abiti qualcuno. Si dedicano allo sfalcio dell’erba per poi trasformala in fieno per l’inverno, alla mungitura delle vacche che sono in alpeggio. E’ tutto uno scampanare di collari delle vacche.

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Arrivati alla fine del villaggio, torniamo indietro per la stessa strada. Percorriamo un pezzo di strada provinciale ma poi ci buttiamo nuovamente nei boschi per raggiungere un altro sentiero che ci porterà verso il lago di Pozze, superiamo anche questa località e a arrancando un pochino torniamo al punto di partenza. 23.893 passi, 16 km e mezzo. E per fortuna doveva essere una passeggiata defaticante!

Cosa fare quando piove.

Oggi, dando una sbirciatina alle previsioni meteo che davano sole fino alle 14, eravamo indecisi su cosa fare. C’erano tre opzioni in ballo. La prima, una ferrata in cresta, la seconda una passeggiata lungo la mulattiera per andare nelle gallerie che usavano le truppe italiane e la terza le terme. Secondo voi come è andata a finire?

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Ecco, se piove andate alle terme. Non vi parlerò di questa esperienza ma di quello che abbiamo fatto la mattina presto perché, oltre alle terme, siamo andati per la mulattiera dei soldati sulle tracce della Grande Guerra.

L’amichetto giallo era emozionato. Il sentiero si snoda lungo i boschi e ruscelli e ciottoli. Pensare che questa strada cento anni fa era un via vai di soldati e muli e armi fa effetto. Se le pietre e gli alberi potessero raccontarci cosa hanno visto… La strada, dopo un po’, lascia il bosco e continua per una radura.

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Anche qui le marmotte ci controllavano da lontano emettendo il loro particolare fischio di richiamo. Prima di salire per il sentiero, lui ha voluto qualche foto.

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La salita ci porta ad un primo ricovero delle truppe. Un buco scavato nella roccia. Continuiamo a salire per arrivare alle gallerie. Una volta lì, ci siamo fermati un po’ ma non abbiamo fatto alcuna foto per rispetto a quei ragazzi che hanno vissuto quei giorni di Guerra.  Visitate i luoghi della Grande Guerra. Fateli conoscere.

Nel regno delle marmotte.

Ieri, dopo una lunga consultazione a tre, lei, il nostro amico giallo ed io, si è deciso di arrivare a passo Selle. Partiamo la mattina di buon ora sapendo della lunga salita che ci attende. Gli altri prendevano la seggiovia per accorciare il percorso, noi invece non abbiamo barato e siamo partiti a piedi. Dopo qualche curva ecco darci la “buona strada” un mulo.

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Mentre si sale lungo il sentiero ci fanno compagnia i fischi delle marmotte. Un po’ impaurito il nostro amico giallo mi chiede di rimanere nascosto nella tasca dello zaino. La salita è stata molto lunga e impegnativa, ma la fatica è stata ripagata dal paesaggio e dalle marmotte che facevano capolino dalle tane.

(Il sentiero e su in alto potete scorgere il rifugio Passo Selle)

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Siamo arrivati al passo, quota 2.528 m. Il passo era poi un avamposto austriaco durante la Prima Guerra Mondiale. Oltre al rifugio Passo Selle che domina due vallate, ci sono i resti delle trincee. Da quassù i soldati austriaci controllavano i movimenti delle truppe italiane che stavano poco sotto o sulla montagna opposta.

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Chi è più allenato, può provare l’Alta Via Bepi Zac. Lì tra ferrate e passaggi sulle creste dei monti si possono visitare le trincee e le stanze (con arredamenti originali) dei soldati austriaci. Noi, che non siamo allenati, abbiamo scelto di sostare un po’ quassù al rifugio e reintegrare i sali perduti con una ottima weissbier!

 

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Il piccoletto ha voluto anche qualche foto nella trincea. O meglio, sul sacchetto della trincea.

 

Poi ne ha voluta un’altra sulla  balaustra della terrazza del rifugio con la valle alle spalle.

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Nuvole minacciose si stavano accumulando lungo la cresta delle montagne, abbiamo deciso di scendere giù a valle per non farci sorprendere dalla pioggia. A metà strada, troviamo rifugio  presso la baita Paradiso. Qui dopo un piatto caldo e un bicchiere di grappa, riprendiamo il cammino verso casa dopo che l’acqua ha smesso di cadere.

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Una passeggiatina.

Oggi, confortati dal sole che illuminava la giornata ed asciugava l’acqua del temporale notturno, abbiamo deciso di andare alle Alpi di Lusia. Chieste le informazioni per raggiungere le “Alpi” , abbiamo preso la funivia, scelta obbligata per via dell’impraticabilità del sentiero dovuto agli alberi caduti nell’ottobre scorso che qui chiamano “schianti”.

Arrivati alla prima stazione di sosta, abbiamo deciso di percorrere il sentiero che porta a passo Lusia. Sentiero gradevole che passa tra i boschi. Il sentiero è attrezzato anche per i bambini nel senso che, lungo il percorso, ci sono tavole didattiche che spiegano il bosco e la sua diversità. Il nostro amico giallo ha voluto una foto.

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Continuando lungo il sentiero, una volta arrivati a passo Lusia, abbiamo deciso di incamminarci verso i laghi. Altra salita. Molto lunga che da 2.000 metri circa si arriva ai 2.400 metri. Non siamo scesi ai laghi per motivi di tempo, ma abbiamo immortalato il piccoletto giallo in cima, che poi erano trincee italiane.

(in fondo potete vedere i laghi di Lusia)

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Torniamo indietro per il sentiero fatto all’andata e ci fermiamo a rifocillarci al rifugio di passo Lusia. Tre ore e trenta minuti di passeggiatina.

Piccola nota di colore, il pomeriggio in giro per Moena ci imbattiamo in un vecchietto che da da mangiare agli uccelletti. Con un sacchetto di molliche le dispensa sul prato. I volatili apprezzano l’aperitivo e lui guarda sornione i turisti.

(il vecchietto che regala briciole agli uccelli)

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Giornate montane

Le giornate passano molto velocemente quando si è in vacanza. Non si riesce a capire il perché. O forse è la teoria della relatività del tempo che ci mette lo zampino, ma tant’è che ci troviamo quasi a metà dei giorni trascorsi.
Il governo è caduto, ma quassù, alla natura, poco importa. Qui tutto va avanti tra prati e boschi e mucche e animali più o meno selvatici.
Oggi, convinti dalle previsioni meteo, abbiamo preso l’auto e siamo andati tra valli e paesi. Abbiamo fatto riposare le gambe dopo i primi due giorni. Ah già, non vi ho raccontato di ieri. Vedete, la teoria della relatività  fa perdere la cognizione del tempo. Iniziamo.

Ieri, dopo il riscaldamento muscolare di lunedì, abbiamo provato a spingere ancora un po’ di più. Siamo partiti a piedi dall’albergo in direzione “località degli zingari”. Una passeggiata tra i verdi boschi dolomitici. Il nostro amico giallo, sbirciando dalla tasca dello zaino, dove comodamente si fa trasportare, ha voluto la foto di rito lungo il sentiero.

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Il sentiero costeggia la base della montagna per poi risalire. Si inerpica tra  boschi di abeti e larici che da 1.700 m sale su fino al lago Cavia a 2.102 m (lago artificiale). Lungo il sentiero, chiamato “alta via dei pastori”, si possono assaggiare ottimi lamponi. Continuando sulla diga e costeggiando il lago siamo risaliti per il rifugio Laresei.

(Il nostro amico giallo con alle spalle il lago di Cavia)

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Dopo pranzo ci siamo messi sulla strada del ritorno percorrendo il sentiero 658 (Alta via delle Dolomiti) che dalla Forcella Pradazzo ci riporta, tra prati e rocce e licheni, discese ripide e passaggi tra le piste da sci  e cascate, al punto di partenza. Un anello di ca 15km, tanta fatica, ma ripagata da paesaggi bellissimi.

(Sempre lui, con alle spalle una piccola cascata incontrata sul sentiero)

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E’ vacanza!

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Eccoci, dopo un anno circa, sulle Dolomiti. Siamo tornati e con noi il nostro amico giallo che, con mio grande stupore, è riuscito ad intrufolarsi tra i bagagli. Non so come faccia a fregarmi, ma tant’è. Ora è qui con noi.

Quest’anno siamo in quota, cioè ci troviamo su un Passo dolomitico e di confine tra le regioni Trentino e Veneto. Aria frizzante, silenzio tombale la notte.

Ieri prima escursione. Un primo allenamento per abituare i muscoli e i polmoni alla montagna. Giro panoramico percorrendo la mulattiera utilizzata dai nostri soldati durante il primo conflitto mondiale. Qui è pieno di trincee e cannoniere e punti di appostamento. Chissà quanti ragazzi hanno percorso coi loro fucili quella strada. Chissà quanti l’hanno potuta fare in discesa da vivi! Tutte domande che quando si cammina vengono alla testa.

Il nostro amico giallo, per rispetto a questi luoghi, ha voluto meno foto del previsto. La prima la vedete all’inizio di questo articolo, la seconda eccola qui. L’ha voluta fare quando ci siamo fermati per pranzo al rifugio quota 2.200 .

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Dietro di lui potete vedere il “Col Margherita” che non è una collina ma una montagna da 2.500 e rotti metri. Il primo giorno il conta passi si ferma a 19.135 e stanchi ci ritiriamo in stanza per riprendere le forze per la seconda escursione.

Gruppi whatsapp e dintorni.

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Se dieci anni fa qualcuno ci avesse avvertito della trasformazione dei nostri telefonini in un centro multimediale e multi-messaggi, di certo avremmo imparato meglio a convivere coi gruppi della nota applicazione di messaggistica istantanea. Ma non solo con lei. Però oggi voglio affrontare questo spinoso tema: i gruppi su Whatsapp.

Partecipiamo a molti gruppi, quelli del lavoro, quelli del gruppo di amici della partita di calcetto, quelli del gruppo di amici che organizza cene, i gruppi del cazzeggio dove lì si inviano immagini e video comici, insomma ne abbiamo per tutti i gusti. Almeno per me è così. Tralascio i gruppi temporanei che nascono e muoiono per partecipare ad un evento.

Tempo fa vengo contattato su faccialibro, mia personale traduzione a Facebook, da una compagna di classe delle scuole medie  e mi chiede se volessi essere inserito nel gruppo omonimo per organizzare una rimpatriata. Per i primi minuti ho avvertito un lungo brivido sulla schiena. Subito mi è venuto in mente il film antesignano dei gruppi WA* e cioè “Compagni di scuola” di Verdone. Ho immaginato il Fabris di turno, il Tony Brando e lo schiaffo d’Anagni e via discorrendo. Pero’, ho pensato, è anche un’occasione per vedere cosa siamo diventati, come la vita ci ha trasformato e quindi dopo qualche momento di mutismo elettronico col cursore lampeggiate, ho dato il mio assenso e il mio numero di telefono e in men che non si dica sono stato catapultato, dopo circa trent’anni, tra i banchi di scuola virtuali della classe che si è ricostituita sullo smartphone. E via di messaggi e immagini di vecchie foto da far prendere uno spavento a Dario Argento e gli immancabili aneddoti scolastici e imitazioni dei professori.

Organizziamo la pizza e ci raccontiamo le nostre vite, per fortuna nessuno di noi ha portato le foto nella scatola di scarpe che sta sopra l’armadio. La serata si conclude col classico selfie collettivo che diventa immagine del gruppo, poi dopo quella sera, dopo altri tentativi di bissare la serata il gruppo è andato sciamando deviando verso il silenzio.

Ovviamente con alcuni ci sentiamo regolarmente e cerchiamo di vederci spesso e ci riusciamo, pero’ quel gruppo silente sta lì come il monolite dell’odissea nello spazio che poi è veramente un odissea organizzare una cena dati gli impegni di tutti.

Concludendo, l’uso sconsiderato di gruppi e notifiche forse ci fa perdere quelli importanti o forse, dopo l’euforia iniziale, l’adrenalina scende e solo a chi importa veramente continuare a rimanere in contatto cerca di animare e vivere il gruppo. Un po’ come è nella vita reale, c’è chi coltiva le amicizie e chi le vive in modo annoiato.

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