Nel regno delle marmotte.

Ieri, dopo una lunga consultazione a tre, lei, il nostro amico giallo ed io, si è deciso di arrivare a passo Selle. Partiamo la mattina di buon ora sapendo della lunga salita che ci attende. Gli altri prendevano la seggiovia per accorciare il percorso, noi invece non abbiamo barato e siamo partiti a piedi. Dopo qualche curva ecco darci la “buona strada” un mulo.

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Mentre si sale lungo il sentiero ci fanno compagnia i fischi delle marmotte. Un po’ impaurito il nostro amico giallo mi chiede di rimanere nascosto nella tasca dello zaino. La salita è stata molto lunga e impegnativa, ma la fatica è stata ripagata dal paesaggio e dalle marmotte che facevano capolino dalle tane.

(Il sentiero e su in alto potete scorgere il rifugio Passo Selle)

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Siamo arrivati al passo, quota 2.528 m. Il passo era poi un avamposto austriaco durante la Prima Guerra Mondiale. Oltre al rifugio Passo Selle che domina due vallate, ci sono i resti delle trincee. Da quassù i soldati austriaci controllavano i movimenti delle truppe italiane che stavano poco sotto o sulla montagna opposta.

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Chi è più allenato, può provare l’Alta Via Bepi Zac. Lì tra ferrate e passaggi sulle creste dei monti si possono visitare le trincee e le stanze (con arredamenti originali) dei soldati austriaci. Noi, che non siamo allenati, abbiamo scelto di sostare un po’ quassù al rifugio e reintegrare i sali perduti con una ottima weissbier!

 

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Il piccoletto ha voluto anche qualche foto nella trincea. O meglio, sul sacchetto della trincea.

 

Poi ne ha voluta un’altra sulla  balaustra della terrazza del rifugio con la valle alle spalle.

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Nuvole minacciose si stavano accumulando lungo la cresta delle montagne, abbiamo deciso di scendere giù a valle per non farci sorprendere dalla pioggia. A metà strada, troviamo rifugio  presso la baita Paradiso. Qui dopo un piatto caldo e un bicchiere di grappa, riprendiamo il cammino verso casa dopo che l’acqua ha smesso di cadere.

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Una passeggiatina.

Oggi, confortati dal sole che illuminava la giornata ed asciugava l’acqua del temporale notturno, abbiamo deciso di andare alle Alpi di Lusia. Chieste le informazioni per raggiungere le “Alpi” , abbiamo preso la funivia, scelta obbligata per via dell’impraticabilità del sentiero dovuto agli alberi caduti nell’ottobre scorso che qui chiamano “schianti”.

Arrivati alla prima stazione di sosta, abbiamo deciso di percorrere il sentiero che porta a passo Lusia. Sentiero gradevole che passa tra i boschi. Il sentiero è attrezzato anche per i bambini nel senso che, lungo il percorso, ci sono tavole didattiche che spiegano il bosco e la sua diversità. Il nostro amico giallo ha voluto una foto.

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Continuando lungo il sentiero, una volta arrivati a passo Lusia, abbiamo deciso di incamminarci verso i laghi. Altra salita. Molto lunga che da 2.000 metri circa si arriva ai 2.400 metri. Non siamo scesi ai laghi per motivi di tempo, ma abbiamo immortalato il piccoletto giallo in cima, che poi erano trincee italiane.

(in fondo potete vedere i laghi di Lusia)

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Torniamo indietro per il sentiero fatto all’andata e ci fermiamo a rifocillarci al rifugio di passo Lusia. Tre ore e trenta minuti di passeggiatina.

Piccola nota di colore, il pomeriggio in giro per Moena ci imbattiamo in un vecchietto che da da mangiare agli uccelletti. Con un sacchetto di molliche le dispensa sul prato. I volatili apprezzano l’aperitivo e lui guarda sornione i turisti.

(il vecchietto che regala briciole agli uccelli)

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Giornate montane

Le giornate passano molto velocemente quando si è in vacanza. Non si riesce a capire il perché. O forse è la teoria della relatività del tempo che ci mette lo zampino, ma tant’è che ci troviamo quasi a metà dei giorni trascorsi.
Il governo è caduto, ma quassù, alla natura, poco importa. Qui tutto va avanti tra prati e boschi e mucche e animali più o meno selvatici.
Oggi, convinti dalle previsioni meteo, abbiamo preso l’auto e siamo andati tra valli e paesi. Abbiamo fatto riposare le gambe dopo i primi due giorni. Ah già, non vi ho raccontato di ieri. Vedete, la teoria della relatività  fa perdere la cognizione del tempo. Iniziamo.

Ieri, dopo il riscaldamento muscolare di lunedì, abbiamo provato a spingere ancora un po’ di più. Siamo partiti a piedi dall’albergo in direzione “località degli zingari”. Una passeggiata tra i verdi boschi dolomitici. Il nostro amico giallo, sbirciando dalla tasca dello zaino, dove comodamente si fa trasportare, ha voluto la foto di rito lungo il sentiero.

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Il sentiero costeggia la base della montagna per poi risalire. Si inerpica tra  boschi di abeti e larici che da 1.700 m sale su fino al lago Cavia a 2.102 m (lago artificiale). Lungo il sentiero, chiamato “alta via dei pastori”, si possono assaggiare ottimi lamponi. Continuando sulla diga e costeggiando il lago siamo risaliti per il rifugio Laresei.

(Il nostro amico giallo con alle spalle il lago di Cavia)

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Dopo pranzo ci siamo messi sulla strada del ritorno percorrendo il sentiero 658 (Alta via delle Dolomiti) che dalla Forcella Pradazzo ci riporta, tra prati e rocce e licheni, discese ripide e passaggi tra le piste da sci  e cascate, al punto di partenza. Un anello di ca 15km, tanta fatica, ma ripagata da paesaggi bellissimi.

(Sempre lui, con alle spalle una piccola cascata incontrata sul sentiero)

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E’ vacanza!

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Eccoci, dopo un anno circa, sulle Dolomiti. Siamo tornati e con noi il nostro amico giallo che, con mio grande stupore, è riuscito ad intrufolarsi tra i bagagli. Non so come faccia a fregarmi, ma tant’è. Ora è qui con noi.

Quest’anno siamo in quota, cioè ci troviamo su un Passo dolomitico e di confine tra le regioni Trentino e Veneto. Aria frizzante, silenzio tombale la notte.

Ieri prima escursione. Un primo allenamento per abituare i muscoli e i polmoni alla montagna. Giro panoramico percorrendo la mulattiera utilizzata dai nostri soldati durante il primo conflitto mondiale. Qui è pieno di trincee e cannoniere e punti di appostamento. Chissà quanti ragazzi hanno percorso coi loro fucili quella strada. Chissà quanti l’hanno potuta fare in discesa da vivi! Tutte domande che quando si cammina vengono alla testa.

Il nostro amico giallo, per rispetto a questi luoghi, ha voluto meno foto del previsto. La prima la vedete all’inizio di questo articolo, la seconda eccola qui. L’ha voluta fare quando ci siamo fermati per pranzo al rifugio quota 2.200 .

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Dietro di lui potete vedere il “Col Margherita” che non è una collina ma una montagna da 2.500 e rotti metri. Il primo giorno il conta passi si ferma a 19.135 e stanchi ci ritiriamo in stanza per riprendere le forze per la seconda escursione.

Gruppi whatsapp e dintorni.

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Se dieci anni fa qualcuno ci avesse avvertito della trasformazione dei nostri telefonini in un centro multimediale e multi-messaggi, di certo avremmo imparato meglio a convivere coi gruppi della nota applicazione di messaggistica istantanea. Ma non solo con lei. Però oggi voglio affrontare questo spinoso tema: i gruppi su Whatsapp.

Partecipiamo a molti gruppi, quelli del lavoro, quelli del gruppo di amici della partita di calcetto, quelli del gruppo di amici che organizza cene, i gruppi del cazzeggio dove lì si inviano immagini e video comici, insomma ne abbiamo per tutti i gusti. Almeno per me è così. Tralascio i gruppi temporanei che nascono e muoiono per partecipare ad un evento.

Tempo fa vengo contattato su faccialibro, mia personale traduzione a Facebook, da una compagna di classe delle scuole medie  e mi chiede se volessi essere inserito nel gruppo omonimo per organizzare una rimpatriata. Per i primi minuti ho avvertito un lungo brivido sulla schiena. Subito mi è venuto in mente il film antesignano dei gruppi WA* e cioè “Compagni di scuola” di Verdone. Ho immaginato il Fabris di turno, il Tony Brando e lo schiaffo d’Anagni e via discorrendo. Pero’, ho pensato, è anche un’occasione per vedere cosa siamo diventati, come la vita ci ha trasformato e quindi dopo qualche momento di mutismo elettronico col cursore lampeggiate, ho dato il mio assenso e il mio numero di telefono e in men che non si dica sono stato catapultato, dopo circa trent’anni, tra i banchi di scuola virtuali della classe che si è ricostituita sullo smartphone. E via di messaggi e immagini di vecchie foto da far prendere uno spavento a Dario Argento e gli immancabili aneddoti scolastici e imitazioni dei professori.

Organizziamo la pizza e ci raccontiamo le nostre vite, per fortuna nessuno di noi ha portato le foto nella scatola di scarpe che sta sopra l’armadio. La serata si conclude col classico selfie collettivo che diventa immagine del gruppo, poi dopo quella sera, dopo altri tentativi di bissare la serata il gruppo è andato sciamando deviando verso il silenzio.

Ovviamente con alcuni ci sentiamo regolarmente e cerchiamo di vederci spesso e ci riusciamo, pero’ quel gruppo silente sta lì come il monolite dell’odissea nello spazio che poi è veramente un odissea organizzare una cena dati gli impegni di tutti.

Concludendo, l’uso sconsiderato di gruppi e notifiche forse ci fa perdere quelli importanti o forse, dopo l’euforia iniziale, l’adrenalina scende e solo a chi importa veramente continuare a rimanere in contatto cerca di animare e vivere il gruppo. Un po’ come è nella vita reale, c’è chi coltiva le amicizie e chi le vive in modo annoiato.

*: Whatsapp

L’avventura del passero.

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Qualche giorno fa, di ritorno dal lavoro, mentre entravamo in casa e sistemavamo la spesa, dal camino ho avvertito dei rumori. Inizio a cercare il motivo di tali strani suoni.
L’indagine mi porta dietro al muro dove è posizionato il camino e a seguire la strada della canna fumaria.

All’inizio pensavo fosse il vento che faceva muovere la “palla” alla fine del comignolo, ma di vento neanche un alito. All’improvviso vedo sul cappello che chiude la canna, un passerotto che scruta all’interno. Capisco allora che un suo simile è caduto, o entrato, all’interno. Pero’ non può uscire in quanto non è un camino semplice, ma un termo camino, quindi sopra di esso vi sono sono tubi e il sistema di riscaldamento della casa e il vetro che chiude la camera di combustione.

Il malcapitato, o avventuriero, passerotto si muoveva all’interno della canna. Mi recavo subito da un professionista che pulisce i camini e le canne per chiedere se potesse intervenire per liberare l’animale, ma purtroppo non poteva e mi diceva che dovevo attendere almeno una decina di giorni. Preso dallo sconforto tornavo a casa. Non sapevo più cosa fare per liberarlo. Dovevo attendere che morisse.

Stavo in giardino a sistemare l’orto con la legatura dei pomodori quando, all’improvviso, la mia fidanzata corre verso di me e inizia a urlare che il passerotto era uscito dal camino pero’ aveva sbattuto contro il vetro della finestra ed era mezzo tramortito sul pavimento. Mi infilo i guanti e vado a prenderlo. Era vivo! Lo prendo tra le mani e vedo che reagisce e lo porto fuori. All’improvviso spicca al volo. Prima di sparire nell’orizzonte, si volta indietro e mi guarda per qualche attimo quasi a voler ringraziare. Sparisce volando nel prato di fronte.

Il giorno successivo stessa storia, sempre lui. Ancora una volta nel camino. Stavolta pero’ conosceva la strada e, una volta aperta la finestra, usciva e tornava a svolazzare nel cielo.

Strani rimbalzi

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Come vi ho raccontato, fino a qualche anno fa giocavo in una squadra di rugby, l’Arvalia Villa Pamphili Rugby Roma, il Villa. Quello sport mi ha insegnato tanto, mi ha fatto capire che delle volte, anzi il più delle volte, una situazione apparentemente in svantaggio può capovolgersi e diventare a vantaggio della squadra.
In questi giorni è capitato proprio questo, una situazione apparentemente in svantaggio si è tramutata in vantaggio.
E’ proprio vero, il rugby è sport di vita. Fatelo provare ai vostri figli. Concludo con questo aforisma che ben rappresenta queste mie giornate:

“La vita e’ come una palla da rugby, non puoi mai sapere come sarà il suo prossimo rimbalzo.”
Flavio Pagano, Dal libro “Quelli che il rugby”

Casa Famiglia

 

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Venerdì scorso sono stato invitato alla festa per i 20 anni della Casa Famiglia Oikos di Napoli.

Ma facciamo un po’ di storia. La parrocchia romana che frequento è gestita dai Missionari della Madonna de La Salette, i missionari gestiscono anche una parrocchia a Napoli  nel rione Traiano un quartiere problematico. Appunto venti anni fa circa, il parroco Padre Angelo, persona illuminata dal bene, si prodigava affinché il quartiere rinascesse. Col suo impegno e con quello di altre persone, che possiamo definire un po’ “folli”, è stata ristrutturata una ex scuola, davanti la chiesa, che è diventata un “centro sociale” per il quartiere. Ora offre un centro medico di strada, un centro Caritas che distribuisce generi alimentari per i poveri, un cineforum di quartiere, offre ripetizioni delle lezioni scolastiche, insomma un punto di aggregazione per gli abitanti.
Sempre in quegli anni, oltre al centro sociale, si gettarono le basi per l’attuale Casa Famiglia. Venne fondata una cooperativa sociale e tra mille difficoltà, imprevisti, aiuti, ora gestisce una struttura  dove vengono ospitati bimbi che vivono situazioni di disagio sociale. Questa realtà, che si trova vicino alla parrocchia e al centro sociale, si è radicata nel tessuto sociale napoletano e fa  parte di una rete territoriale che li vede in una stretta ed intensa collaborazione fra diversi enti del privato sociale, il Comune di Napoli ed altri Comuni, istituzioni pubbliche (scuole, ASL, Tribunale per i Minorenni).

Questa Casa Famiglia ha compiuto 20 anni di attività e sono stato invitato alla festa. Festa che ha avuto una grande partecipazione da parte dei cittadini e da parte delle istituzioni, ed è stata occasione per una raccolta fondi per l’acquisto di una nuova auto (quella attuale è diventata un po’ vecchiotta).

La mia storia con quella della Casa si intreccia prima della sua fondazione. Ho partecipato al primo campo estivo se così lo possiamo chiamare. Era una allegra armata brancaleone di bimbi e ragazzi e adulti con l’immancabile figura di Padre Angelo. Ho dato una mano a quei “visionari”, e un po’ “pirati”, a far trascorrere due settimane al mare agli ospiti più piccoli di quella comunità. Quanti divertimenti, quanti sorrisi. Di strada, da quella prima esperienza, ne ha fatta. E’ bello vedere ora che quei semi buttati sono diventati un albero di venti anni. L’idea di Padre Angelo era ed è giusta, donare un po’ di normalità a quei bimbi, futuri cittadini, e seminare nelle loro coscienze che un mondo diverso è possibile e avere la possibilità di realizzare il proprio progetto di vita, non è un sogno ma una realtà.

Grazie Padre Angelo per la tua “follia” e grazie a chi l’ha seguito e ha fatto di tutto affinché quei semi crescessero.

Vi lascio i contatti se volete rimanere aggiornati sulle attività della cooperativa:

https://www.progettouomo.org/ 

Ginnastica ritmica

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Domenica scorsa ho assistito alle gare regionali di ginnastica ritmica della mia nipotina in quel di Morlupo. Palazzetto dello sport gremito, a fatica abbiamo trovato posto tra gli spalti. Musica assordante, stesse prove a seconda delle categorie.

Bambini elettrizzati coi loro genitori al seguito. Doveva durare giusto il tempo dell’esibizione ma invece, per ritardi vari, ci siamo sorbiti le esibizioni delle altre partecipanti, la premiazione della categoria e la presentazione di quella successiva.

Alla fine la povera piccola, a digiuno, si è esibita alle 14 con ben un’ora e mezzo di ritardo dal programmato. Dopo la sua esibizione, fortunatamente, sono passate alle premiazioni e la sua squadra ha vinto la medaglia d’oro di categoria. Bene, bravissima. Sei sulla strada giusta.

Una riflessione: non avevo mai assistito ad una sessione di gara di ginnastica ritmica dal vivo. Sport minore, ma minore a chi? non si sa. Lo sport è lo sport. Punto. Peccato pero’ che non abbiamo una eco mediatica sui media  come le partite di calcio dalla categoria pulcini in su. Forse è proprio questa cultura dello sport che manca in Italia.

Orto in giardino

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Lo scorso anno ho aderito al progetto di un ragazzo (il vecchio contadino), dove lui proponeva gli orti in affitto. Ho preso, insieme a mio fratello, l’orto per la stagione invernale (ottobre-febbraio). Abbiamo così  mangiato i broccoli e cavolfiori e carote e finocchi. Nei giorni prestabiliti andavo all’orto e raccoglievo dalla pianta. Una bella iniziativa. Lui, il vecchio contadino, pensava alla “manutenzione” dell’orto, gli ortolani dovevano solo raccogliere.
Verso gennaio scorso ha proposto l’affitto dell’orto estivo ed ho subito aderito. Quello estivo è più colorato, più produttivo rispetto a quello invernale.

La settimana scorsa ricevo un messaggio dal contadino dove mi avverte che, per le poche adesioni all’orto estivo, il progetto “orti in affitto, io coltivo tu raccogli” non partiva ma si evolveva in un unico orto grande dove si prendevano i frutti e si pagava a peso forfettario. Dopo una rapida consultazione con la mia fidanzata, abbiamo deciso di provare a fare un orto nel giardino. Lo abbiamo deciso perché non ci piace l’idea dell’orto unico, anche se ci siamo promessi di passare qualche volta per prendere il formaggio e le uova. Auguriamo al “vecchio contadino” buona strada.

Armato di vanga, dopo aver ricevuta una lezione di vangatura dal vicino 82enne e dopo aver delimitato l’area scelta per realizzare l’orto, ho iniziato a smuovere la terra. Lo potete vedere nella foto in alto. All’incirca sono 30 mq. Spero che per metà mese di aver finito l’operazione di vangatura e concimatura ed iniziare a piantare l’orto estivo.

Cercherò di aggiornare questo blog sugli avanzamenti della coltivazione e produzione. Stay tuned.