Così non va

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Ultimamente ho trascurato il blog. Ultimamente per modo di dire. Ho molto da dire, ops, scrivere dopo tutto quello che è successo in questa pausa. Riprendendo oggi con dei pensieri che mi passano per la testa, pensieri che sono esperienze vissute in prima persona, esperienze che lasciano il segno e fanno crescere e fanno capire come va e come sta andando la nostra società.

Vengo al dunque. Mi sto accorgendo (era ora penserete voi) che questa Nazione non cambierà mai. Non c’è voglia di cambiare. Non c’è voglia di migliorarsi. C’è voglia solo di perpetuare le consuetudini che ci hanno portato dove ci troviamo. La mia generazione ha molte colpe. Tante. La mia generazione è stata a guardare senza dire niente. La mia generazione pensava di fare la rivoluzione ma poi è rimasta nelle retrovie a guardare lo sfascio. La mia generazione è correa. 

Non abbiamo avuto quello scatto morale, chiamiamolo scatto o forse sarebbe più giusto chiamarlo riscatto, per portare fuori dal guado la nostra società. Ma ora siamo fermi, immobili. A guardare e a sperare che ci sia qualcuno che ci dia un segnale per fare quello che noi non abbiamo fatto. Un po’ per lavarci dai misfatti compiuti o taciuti, un po’ per risalire dall’acqua della palude che ci sta affogando. 

La rivoluzione, per la mia generazione, non è una cosa seria (almeno per ora).

Il periodo più bello

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Inizia, almeno per la Capitale, il periodo secondo me più bello. Strade vuote. Poco traffico. Pochi negozi aperti e molti turisti in giro. Se volete scoprire o riscoprire Roma la settimana ferragostana è la migliore. Scoprirete la vera essenza di questa città cresciuta troppo in fretta che si crede metropoli ma è solo un insieme di paesi. Venite signori, venite a vedere prima che sia troppo tardi o prima che il cemento modifichi irrimediabilmente quel che rimane del verde nella città e del verde dell’agro romano. 

Le XXX olimpiadi sono al termine, il caldo ci sta soffocando, ma una passeggiata notturna per le strade del centro di Roma non ha paragone. 

Buone vacanze, buona permanenza. 

istruzioni per l’uso

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Le vacanze, forse, si avvicinano. In giro per la città già si respira questo clima. Il pomeriggio negozi chiusi e strade deserte. Centri commerciali pieni, purtroppo aggiungo io. Sono luoghi dove stare al fresco. Il centro, non commerciale ma storico, è un via vai di turisti con l’immancabile divisa: cappelletto, pantaloncini, canotta, sandali con fantasmini, bottiglia al seguito. Li vedi aragostati i nordici; paiono pannelli fotovoltaici. Tedeschi, russi e tutti i “vichinghi” che fanno riserva di sole per l’inverno nordico.

Ed io che li osservo, che li porto in giro, al mare. Dispenso informazioni in una neolingua mista di italiano, inglese, spagnolo con qualche spruzzata di francese. Però alla fine, molto alla fine, capiscono, ci capiamo e ci salutiamo allegramente augurandoci buona giornata.

E così scorre la giornata tipo di un “caronte” che scorrazza turisti e concittadini in lungo e in largo tra le pieghe della terra e lo scorrere del metallo sotto i piedi. Invito tutti voi a dare uno sguardo di partecipata solidarietà a chi, nonostante il caldo torrido, le mille difficoltà, vi porta in giro. Basta poco.

qua e la

Sono stanco, sarà il caldo, sarà l’afa che mi opprime. Saranno dei colleghi che ho intorno, ma per fortuna ho la mia ancora di salvezza. Dicevo che sono stanco di vedere il disgregamento culturale e sociale chi mi circonda. Siamo sul fondo del barile e, purtroppo, non ci stiamo accorgendo che stiamo raschiando quel po’ di legno che ci separa dal baratro. Ma tanto fin quando non cadremo nessuno se ne accorgerà.

Le ferie si avvicinano e se ci riuscirò proverò ad aggiornare il blog dalle vacanze. Devo staccare un po’ la spina dal lavoro e devo concentrarmi per ricaricare le batterie ormai in riserva di energia. Sono giornate dure queste, caldo, turni di lavoro ad elevate temperature, persone che sono come i fagioli e cioè che ti parlano alle spalle. Mah?!

A chi mi legge consiglio di prepararsi. Un bella riserva di libri, se si possiede un giardino di dedicare parte di quel giardino ad orto. Prepariamoci signore e signori. Qua e la troviamo i segni (non i cerchi nel grano) della tempesta all’orizzonte. Portiamoci un kway, degli scarponcini e aggrappiamoci…si parte, rotta verso l’ignoto!

Brainstorming, idee sparse ma molto confuse.

Ultimamente sono impegnato in personali divagazioni sulla realtà, meglio sulle realtà, che vivo ogni giorno. Sarebbe meglio chiamarli ambienti, però rende meglio, per quest’articolo, chiamarle realtà. Nella realtà lavorativa mi sento un po’ fuori posto. Mi spiego meglio. Forse è in atto nel mio inconscio quella che chiamo noia da catena di montaggio. Non che il mio lavoro sia diverso dalla catena, però è per far capire bene cosa provo. Si insomma, sono 11 anni che lavoro nello stesso posto; ho un noioso posso fisso ,come ha detto il premier montanaro che ci sta togliendo la nostra libertà ogni giorno, non che abbia iniziato lui per carità, è una privazione giornaliera che viene da lontano. Tornando alla noia del posto fisso, quando ho sentito il montanaro dire così ho pensato: “Hai ragione Monti! Voglio poter cambiare lavoro!”, ma ahimè almeno in Italia il mercato lavorativo è come una mummia. Immobile. Sempre che le mummie non si risveglino poi son dolori.

E quindi mi (ri)trovo ad annoiarmi al mio noioso posto fisso, anche se mi muovo parecchio. Battuta penosa per chi conosce il lavoro che faccio.

E questo è un pensiero molto confuso. Altro pensiero confuso è che sto scoprendo che mi sento antimoderno. Come al solito spiego meglio. Mi sento antimoderno non nel senso che sono contro le nuove tecnologie, anzi, altrimenti non scriverei qui, non avrei dieci indirizzi di posta and so on. Mi sento antimoderno perché non mi riconosco più in questa società che abbiamo costruito.

Non c’è più solidarietà tra le persone. Non c’è più quello spirito di collaborazione. Nella realtà cittadina così come nella realtà lavorativa. Ormai siamo tutti proiettati a dubitare del prossimo. Dubitiamo di tutti. Ma allora, mi domando, stiamo facendo le scelte giuste sui “mattoni societari” che stiamo costruendo? Non lo so. Penso che noi umanoidi siamo una razza strana. Cerchiamo il prossimo, siamo sociali, abbiamo bisogno di comunicare eppure c’è qualcosa che non va. Qualcosa che stride.  Pensiamo a trenta anni fa ma anche di più, ai quaderni del fornaio dove si segnava la spesa e si pagava a fine mese da cosa sono stati sostituiti? Dalla carta di credito! Certo come strumento è comodo, ma ha reciso il rapporto fiduciario col negoziante. E di esempi ce ne sarebbero a bizzeffe.

Oggi, e concludo, parlavo con una persona anziana, si avvicina ai novanta, e lui, forse, mi ha illuminato. Nei nostri discorsi tra caffè e semafori e gocce di pioggia mi ha detto: ” Andrea, è inutile pensare a com’era. Dobbiamo andare avanti. Sempre!” E detto da una persona che si avvicina al secolo sono rimasto spiazzato. Spiazzato perché noto come le persone che, anagraficamente, sono più sagge, hanno ancora la voglia di mettersi in gioco, mentre noi, parlo della mia generazione, i nati dal 70 in poi, non abbiamo. Vogliamo tornare indietro, quando indietro è inutile.

 

giochi troppo

Si gioca troppo. Troppi giochi. Ma vi ricordate la schedina? il mitico “ho fatto 13!!!”  C’era un rituale, quasi quanto andare a messa la domenica. C’era, alle 18, novantesimo minuto! Paolo Valenti che in un circo mediatico molto improvvisato ma ben riuscito, raccontava la giornata sportiva degli stadi, dagli stadi con coloriti inviati.

Ora? Ora tra anticipi, posticipi, anticipi dei posticipi, si gioca sempre e si è perso quel “rituale” domenicale quando i padri si mettevano davanti allo schermo per vedere i gol, i primi replay e moviole, e per sapere la quota dei tredici, dodici.

Si, insomma, la schedina che fine ha fatto?

spigolature 2

Le feste  stanno per concludersi. Il nuovo anno si sta affacciando. Tutti speriamo che il prossimo  sarà migliore di questo trascorso, ma secondo me dobbiamo prepararci. Prepararci a reinventare le nostre vite e i nostri modi di vita. Spostarsi con le auto sarà sempre più costoso, così come fare la spesa. Prepariamoci, dico io. Chi ha un giardino faccia un piccolo orto. Se potete, ristrutturate le vostre case affinchè consumino meno energia. Sono pessimista? No, sono un ottimista informato! Fermiamoci un attimo e ripensiamo il nostro stile di vita. Dobbiamo farlo.

E poi chi l’ha detto che la crescita a tutti i costi sia la soluzione. Ma perché prima quando non avevamo niente si stava male? Eppure mi ricordo (i miei ricordi da bambino) che c’erano meno cose ma c’era più solidarietà. Si conosceva il vicino ci si dava una mano l’un l’altro. Oggi? Oggi, in nome della crescita, siamo tutti più soli, più egoisti. In nome della crescita ci hanno fatto credere che avendo il riscaldamento autonomo si risparmiava. E’ vero. Se non lo accendi risparmi, ma il buon sano riscaldamento centralizzato era un modo come un altro per condividere le abitudini. Così come il quaderno del fornaio dove segnava la spesa e a fine mese si passava e si saldava. C’era un rapporto fiduciario col negoziante. Ora con questi nonluoghi di centri commerciali tutto si è trasformato. Sono le nuove cattedrali. Sono i nuovi punti di incontro. Eppure non mi sento vintage!

Forse sono fuori mercato. Buon anno a tutti noi nella speranza che sia meno peggio di quanto l’ho descritto!

Ad Maiora!

idee sparse

Credo che stiamo vivendo un involuzione storica. Meglio la storia si ripete o per dirla correttamente (ri)ripete. I lavoratori con le loro lotte sono arrivati ad un walfare lavorativo molto favorevole. Ora con la crisi che sta imperversando ci dicono che se non rinunciamo a un pò di walfare non andremo avanti. Ma allora mi domando: il modello di società che abbiamo costruito è giusto? Si in fin dei conti tutti noi abbiamo in prestito il mondo in cui viviamo, lo abbiamo in prestito dalle nuove generazioni non da quelle che ci hanno preceduto. Allora, mi chiedo, perché non approfittiamo della crisi per costruire un nuovo modello che non sia basato solo sulla crescita ma sul rispetto dell’uomo e sul tempo libero? perché devo lavorare fino a 70 anni 8 ore al giorno, se mi dice bene, se poi trascuro la parte spirtuale, chiamiamola così, della vita? E penso anche che assistere al tramonto, o all’alba, o camminare per i boschi e guardando gli animali e avere rispetto per il prossimo è più importante di qualsiasi ora lavorata.

Mio Cuggino…

Sabato scorso c’è stata una cena tra di noi cugini. Per la prima volta, da quando siamo cugini (si lo so è sbagliato scrivere così ma rende l’idea), abbiamo organizzato la cena. Questa è la prima di cene a “rotazione” che verranno ospitate nelle case. Insomma una bella idea. La cosa che mi ha colpito molto è stato quando hanno cominciato a ricordare la loro adolescenza, i loro ricordi dei Natali passati a casa di Zia. E qui pensavo: “certo come è cambiato il tessuto sociale di noi italiani. Una volta, sentendo i loro ricordi e i miei confusi di bambino di 4 anni, c’era più coesione, spirito di adattamento. Raccontavano di come era il condominio dove tutte le porte erano aperte e tutti si conoscevano e tutti i bambini giocavano tra di loro. Ora è sparito tutto”.

Ecco saranno luoghi comuni, sarà qualunquismo, ma a pensarci bene come si stava meglio in quegli anni. Forse eravamo più poveri di cose (meno tivvù, meno cianfrusaglie elettroniche) ma almeno c’era più solidarietà e più coesione. Forse è proprio questo quello che manca in questo Paese: la solidarietà.