Primo maggio.

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. (Art. 3)

Dovremmo porre questa domanda ai nostri politici: “cosa avete fatto, cosa proponete, per attuare il comma dell’articolo 3 della Costituzione?”

Non servirebbero tanti proclami, le flat tax, i redditi di cittadinanza, di dignità, gli 80€ , le “buone scuole”. Servirebbe ricordare a “lor signori” di attuare i principi della Carta e di adattarli ai nostri tempi.

Servirebbe, inoltre, ricordargli di togliere dalla Costituzione il pareggio di bilancio.

Dovremmo iniziare ad essere più solidali tra noi e ritrovare il senso di comunità.

Iniziamo da qui e forse si potrà tornare a festeggiare il primo maggio. Festa della dignità.

Buon primo maggio.

Storie.

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Da un po’ di tempo a questa parte mi  capita di partecipare a dei funerali. Aspettate, non voglio soffermarmi sulla tristezza del momento, legittima per carità, ma continuate a leggere. Voglio soffermarmi su quello che penso durante le funzioni siano esse religiose o laiche. Insomma, come  mi capita, quando partecipo inizio a guardarmi in giro tra le persone, gli eventuali addobbi floreali, il luogo. Insomma divento un osservatore.

Ricordando i momenti passati con la persona che stiamo salutando, i pensieri mi corrono veloci in testa; allora trovo tra la gente quell’amico o quell’amica che non vedevo da tempo. Inizio a notare il passare del tempo, per tutti è così. E iniziano i ricordi, di estati passate tra le strade di Roma nelle “vacanze” scolastiche, di inverni trascorsi in comitiva o di episodi che abbiamo vissuto.
E’ come se si fosse percorso un tratto di strada abbastanza lungo e poi arrivati ad una sosta incontrare gli amici che avevi lasciato indietro e non sai come siano arrivati lì. E allora inizi a chiacchierare a chiedere a dare risposte.

Come se vivessi nel film “Nuovo Cinema Paradiso” quando il protagonista torna nel paese natio e vede che tutto è trasformato, dai palazzi, alla piazza dove si (ri)trovava coi paesani agli stessi paesani segnati dal tempo. Ecco. Mi sento come lui in quei casi, seppur tristi. Cerco di carpire le trasformazioni che il tempo, la strada della vita ci ha messo sulla faccia. E di notare se le persone che osservo hanno le stesse mie reazioni quando mi guardano.

Passeggiate

scalinata

Oggi pomeriggio dopo il lavoro mi sono regalato un attimo di relax con una passeggiata nel quartiere. E’ iniziata circa un’oretta prima che facesse buio. La pioggia dei giorni scorsi è cessata e il sole di questi giorni sta asciugando l’umidità accumulata dall’acqua caduta incessantemente.

Si inizia a respirare la prima aria di primavera, le giornate si sono allungate e il sole comincia a scaldare. Il freddo russo di fine febbraio pare un ricordo lontano. Gli alberi e gli uccelli cominciano a risvegliarsi dall’inverno appena passato.

Ho camminato per le strade interne del quartiere, quelle meno battute dalle auto. Nella piazza, davanti la scuola, le mamme e i papà fanno giocare i bimbi appena usciti. Le badanti fanno passeggiare gli anziani. Molti negozi hanno chiuso al loro posto nuove attività. Dove c’era un pub, che chiamavamo dei “surfisti” per via delle tavole da surf per tavoli, ora c’è un centro estetico, dove c’era un cinema ora una sala tipo bingo.
Giro l’angolo e scorgo un parrucchiere gestito da cinesi e la mente va subito al film “Blade Runner” chissà. Un merlo nell’aiuola col becco cerca qualcosa, ci scambiamo uno sguardo di ispezione, si sposta e continua il lavoro col becco.
Continuo ad osservare i cambiamenti ed arrivo a lei. Tutti noi monteverdini la conosciamo. Lei è la scalinata in foto. La scalinata che unisce il nuovo al vecchio. La scalinata che la mattina, ma anche al ritorno, facevo per andare a scuola. La vedo, ci salutiamo, e inizio coi suoi gradini. Uno dopo l’altro. E arrivo su in cima. Mi giro e i palazzi di Donna Olimpia appaiono più piccoli. Continuo e ripercorro il viale che porta alla mia scuola superiore. Quanti ricordi, quante attese. Ora al suo posto c’è un’istituto artistico. La mia è stata accorpata poco più sotto con i geometri. Il boom demografico è terminato e lentamente le classi si riducono e si accorpano le scuole. Poco più in là c’è ancora il palazzo della Provincia di Roma. Ma non erano state abolite? Boh?

Inizia a fare buio e allora viro verso casa. Passo ancora per le vie secondarie, risalgo per le case popolari di Donna Olimpia tanto care a Pier Paolo Pasolini, lui per un periodo abitò con la madre a Via Fonteiana, ed eccomi di nuovo nella piazza del mercato rionale. Attraverso, saluto Stefano il proprietario del Pub “Le Bon Bock“, se vi capita di stare nei paraggi la tappa è obbligata: è il migliore di Roma.

Il contapassi segna 12.637 passi. Camminare per il proprio quartiere è sempre un emozione unica.

 

Vigilia di elezioni

Domani si vota per fortuna (o purtroppo).

Si è chiusa una campagna elettorale bruttissima. Tutti a scaricare merda sugli altri. Nessuno che ci ha dato, a noi elettori intendo, una visione di quello che vorrà fare.

Un “delinquente naturale” (cit.) ci propina la stessa ricetta che ha presentato dal lontano 1994. Un mio coetaneo, che credevo più innovativo e attento ai bisogni, ha dato il colpo finale da dopo il governo Monti.

Un movimento nato bene si sta adattando al sistema ma almeno per ora, pare, ha qualche anticorpo.

E poi ci sono una miriade di sigle che vanno ad intercettare quello che rimane delle ideologie del secolo scorso.

Ho serie difficoltà a mettere la croce sul simbolo. Sarà il disincanto.

Se fossi un millenials (magari) e andassi a votare domani per la prima volta forse saprei su quale logo fare la ics. Ma non lo sono (purtroppo).

Scritto questo, domani andrò a votare per rispetto a mio nonno e alle persone come lui che hanno combattuto, rischiato, per noi.

Sarà una notte travagliata da incubi elettorali, tipo la scena fantozziana delle tribune elettorali dove i leaders dei partiti seducono Paolo Villaggio per prendersi il suo voto.

Passata la notte, dopo il turno di lavoro, tessera elettorale in mano, mi avvierò nella cabina.

Domani sarà il nostro giorno, domani saremo tutti protagonisti. Domani, finalmente, diremo la nostra. Da lunedì sapremo se questo Paese vuole continuare nella dolce tranquilla illusione o se vorrà dare dei segnali ( spallate o grande astensionismo) a quei personaggi che ogni giorno ci vogliono vendere padelle e pentole quando in realtà a noi manca il gas per cucinare.

Buon voto a tutti. Buona fortuna a tutti (ne avremo bisogno).

Passeggeri speciali

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Oggi turno mattutino. Prendo servizio alle 5.10, controllo il treno, pronto per partire alle 5.45. Accendo i riscaldamenti delle cabine di guida. Salgono le prime persone. Trovano posto tra i sedili di un treno per lo più vuoto. Il segnale da il via libera, chiudo le porte e il treno inizia a muoversi tra l’oscurità mattutina. All’interno i passeggeri rannicchiati tra i loro cappotti, sonnecchiano e si lasciano cullare dal rollio del materiale.

Il viaggio procede tranquillo, fuori nel buio si intravedono all’orizzonte le prime luci dell’alba. Lo sguardo cade, per qualche istante, sul monitor delle telecamere interne e scorgo una persona dormire seduta con la testa appoggiata al corrimano. Tra una fermata e un’altra butto un occhio al monitor della video sorveglianza. Ancora dorme. Speriamo si svegli alla fermata giusta penso.

Termino la corsa, prendo lo zaino, la chiave per avviare il treno, esco dalla cabina, chiudo la porta mi giro e vedo il passeggero, che osservavo dal monitor, svegliarsi tirare su la testa e con un sorriso salutarmi. E’ un clochard, un barbone. Lo saluto, chiedo se sta bene, lui risponde che va tutto bene, vuole solo stare sul treno, chiedo se vuole un caffè, un latte caldo, lui mi fa no grazie. Indossa un maglione e una t-shirt, pantaloni verdi e scarpe da ginnastica e ha con sé una busta di plastica con la sua vita dentro. Ha una bella barba bianca, curata.

Riprendo la marcia del ritorno, il treno stavolta si riempie di pendolari e studenti. Controllo ogni tanto il monitor e vedo che ancora è sul treno. Le porte di aprono e si chiudono e i vagoni si riempiono. Arrivo al capolinea. Tutti scendono, qualcuno che deve andare in senso opposto sale. Torno nella cabina di coda e lui ancora lì. Chiedo come va o se devo chiamare qualcuno per assisterlo; lui mi dice di no. Peccato non avere tempo per portargli una bevanda. Purtroppo i tempi “metropolitani” sono feroci.

Alle nove del mattino decide di scendere. Lo fa coi suoi tempi. Prende la busta che aveva messo sotto il sedile, si infila un cappotto verde e il cappello in testa. Scende e si avvicina alla cabina. Saluta e ringrazia e mi dice che vuole andare a vedere il mare e poi farsi un giro. Lo saluto e lui ricambia con un bel sorriso. Chiudo le porte. Il treno riparte.

Messaggi vocali

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Passeggiando per le strade della vostra città, avete notato come molte persone che incrociamo parlino al telefono. Non la “solita” chiamata, ora va di moda il messaggio vocale su quelle app di messaggistica instantanea che tutti conosciamo. Li capisco fino ad un certo punto però. Se si sta inviando un messaggio vocale ad un gruppo di persone si capisce di più, ma inviarlo end-to-end ad una persona mi chiedo il perché.

Insomma perché inviare un messaggio audio di alcuni minuti al posto di telefonare? C’è una specie di narcisismo mediale in questo? Forse, non appartenendo ai millenials, non riesco a capire questa “novità”.

P.s.: preferisco una telefonata al posto dei messaggi. Una telefona allunga la vita diceva uno spot. Il messaggio audio cosa fa?

 

Mezzi pubblici

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Si sa, sui mezzi pubblici viaggiano molte persone. Persone che non si conoscono. Persone che condividono un pezzo della loro vita. Persone stipate, una affianco all’altra.
Tra queste persone viaggiano, spesso, molti migranti. Ieri sera due. salgono sul treno della metro. Uno su una sedia a rotelle veniva assistito dall’altro e inoltre avevano, come segno distintivo, come una “divisa”, buste della spesa e borse al seguito.

I compagni di viaggio, forzati dalla vicinanza, guardavano con disgusto. Forse perché il loro profumo non era dei migliori. Si mettono a chiacchierare. L’annunciatore di fermata spara dagli altoparlanti la fermata. Prima che si aprano le porte iniziano a prepararsi. Riprendono le loro buste, le borse. Le sistemano sulle ginocchia di chi è sulla sedia. Ecco aprirsi le porte. Scendono. Si guardano attorno per individuare l’ascensore. Uno inizia a spingere la sedia e le ruote iniziano a muoversi sul pavimento di linoleum. Prima di arrivare alle porte dell’ascensore, sulla banchina, si voltano verso il conducente e con una mano ed un sorriso lo ringraziano per il viaggio offerto. Il conducente sorpreso, di solito ha questi gesti così gentili anzi tutto il contrario, accende la luce della cabina e ricambia il saluto e il sorriso.

Il treno sparisce nel tunnel e i due aspettano l’ascensore che li riporta a casa.

 

Trasformazioni

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Camminando per le strade del quartiere, si possono notare i cambiamenti in corso. Si pare una scena dei film di Nanni Moretti, però è quello che mi salta agli occhi.
Scuole private, gestite dalle suore, che diventano alberghi. Negozi che cambiano stile molto più velocemente di prima, altri che sono uguali a trenta anni fa.

Insomma il tempo scorre e con esso cambiano abitudini, gusti, mode. La crisi ci ha messo del suo e lo si può ben vedere. Ad ogni angolo, davanti ai bar, davanti ai supermercati trovi il questuante e qualcuno che gli da qualche moneta, offre colazione. Trovi anche le persone che, vedendo quelle scene, iniziano a parlare ad alta voce disapprovando il gesto, forse non si ricordano da dove vengono o forse, con l’avanzare dell’età (diventerò così anche io), diventiamo tutti un po’ più intolleranti.

Insomma, la città cambia, la società cambia. Quelli che una volta erano piccoli gesti di solidarietà sono stati fagocitati  dalla “moda” dell’egoismo.

Mi sento un pò come Leonida Montanari sul patibolo, nella versione cinematografica di Luigi Magni: “Bonanotte popolo!”

 

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Viviamo giorni strani ultimamente.
La nostra società si sta sfaldando giorno dopo giorno, l’individualismo e il vivere “tutto subito” sta prendendo posto alla programmazione. Stanno cancellando i nostri sogni ancor prima di farli o realizzarli.

Siamo su una barca in balia delle onde, alla deriva, senza comandante e tra un po’ inizierà la tempesta. In bocca al lupo a tutti.

istruzioni per l’uso

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Le vacanze, forse, si avvicinano. In giro per la città già si respira questo clima. Il pomeriggio negozi chiusi e strade deserte. Centri commerciali pieni, purtroppo aggiungo io. Sono luoghi dove stare al fresco. Il centro, non commerciale ma storico, è un via vai di turisti con l’immancabile divisa: cappelletto, pantaloncini, canotta, sandali con fantasmini, bottiglia al seguito. Li vedi aragostati i nordici; paiono pannelli fotovoltaici. Tedeschi, russi e tutti i “vichinghi” che fanno riserva di sole per l’inverno nordico.

Ed io che li osservo, che li porto in giro, al mare. Dispenso informazioni in una neolingua mista di italiano, inglese, spagnolo con qualche spruzzata di francese. Però alla fine, molto alla fine, capiscono, ci capiamo e ci salutiamo allegramente augurandoci buona giornata.

E così scorre la giornata tipo di un “caronte” che scorrazza turisti e concittadini in lungo e in largo tra le pieghe della terra e lo scorrere del metallo sotto i piedi. Invito tutti voi a dare uno sguardo di partecipata solidarietà a chi, nonostante il caldo torrido, le mille difficoltà, vi porta in giro. Basta poco.