Passeggeri speciali

clochard

Oggi turno mattutino. Prendo servizio alle 5.10, controllo il treno, pronto per partire alle 5.45. Accendo i riscaldamenti delle cabine di guida. Salgono le prime persone. Trovano posto tra i sedili di un treno per lo più vuoto. Il segnale da il via libera, chiudo le porte e il treno inizia a muoversi tra l’oscurità mattutina. All’interno i passeggeri rannicchiati tra i loro cappotti, sonnecchiano e si lasciano cullare dal rollio del materiale.

Il viaggio procede tranquillo, fuori nel buio si intravedono all’orizzonte le prime luci dell’alba. Lo sguardo cade, per qualche istante, sul monitor delle telecamere interne e scorgo una persona dormire seduta con la testa appoggiata al corrimano. Tra una fermata e un’altra butto un occhio al monitor della video sorveglianza. Ancora dorme. Speriamo si svegli alla fermata giusta penso.

Termino la corsa, prendo lo zaino, la chiave per avviare il treno, esco dalla cabina, chiudo la porta mi giro e vedo il passeggero, che osservavo dal monitor, svegliarsi tirare su la testa e con un sorriso salutarmi. E’ un clochard, un barbone. Lo saluto, chiedo se sta bene, lui risponde che va tutto bene, vuole solo stare sul treno, chiedo se vuole un caffè, un latte caldo, lui mi fa no grazie. Indossa un maglione e una t-shirt, pantaloni verdi e scarpe da ginnastica e ha con sé una busta di plastica con la sua vita dentro. Ha una bella barba bianca, curata.

Riprendo la marcia del ritorno, il treno stavolta si riempie di pendolari e studenti. Controllo ogni tanto il monitor e vedo che ancora è sul treno. Le porte di aprono e si chiudono e i vagoni si riempiono. Arrivo al capolinea. Tutti scendono, qualcuno che deve andare in senso opposto sale. Torno nella cabina di coda e lui ancora lì. Chiedo come va o se devo chiamare qualcuno per assisterlo; lui mi dice di no. Peccato non avere tempo per portargli una bevanda. Purtroppo i tempi “metropolitani” sono feroci.

Alle nove del mattino decide di scendere. Lo fa coi suoi tempi. Prende la busta che aveva messo sotto il sedile, si infila un cappotto verde e il cappello in testa. Scende e si avvicina alla cabina. Saluta e ringrazia e mi dice che vuole andare a vedere il mare e poi farsi un giro. Lo saluto e lui ricambia con un bel sorriso. Chiudo le porte. Il treno riparte.

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