In Italia c’è ancora posto per il dissenso?

Riflessioni su scioperi generali e dintorni.

 

Lunedì 22 settembre molte lavoratrici e lavoratori con studenti e pensionati hanno riempito le piazze di molte città italiane per manifestare la propria indignazione per la guerra in corso nella striscia di Gaza e contro le politiche di riarmo del governo in carica.

La parola d’ordine dello sciopero è stata: “Blocchiamo tutto!”. Qualcuno pacificamente ci è riuscito a bloccare strade e stazioni eporti per portare all’attenzione dell’opinione pubblica il dissenso crescente verso l’immobilismo della politica nel condannare quello che sta accadendo in una striscia di territorio. In alcune piazze, invece, è stato impedito questo. Inevitabili gli scontri, che condanniamo. 
Condanniamo anche chi s’indigna più per le vetrine rotte che per le decine di migliaia di bambini e civili che muoio ogni giorno a Gaza. 

Perché stupirsi, viviamo, oramai, in una società che mette al primo posto il valore delle cose alla vita. Sono parole forti lo so, ma inquesto momento storico bisogna essere eretici. Fermarsi a ragionare. E allora facciamolo. Perché la maggior parte delle persone non capisce più lo sciopero? Il principio stesso dello sciopero è di interrompere il normale funzionamento della società per mostrare che esiste un punto di rottura, una forza collettiva capace di bloccare il meccanismo. Invece siamo una società anestetizzata. Ci sono riusciti. Lo abbiamo permesso. Ci è riuscita la parte padronale che con gli organi d’informazione teleguidati aogni sciopero fanno partire i soliti articoli: “Scioperano per fare il weekend”, “sono portati a Roma a manifestare con la pagnottella e bus inclusi” “i soliti quattro gatti” “lo sciopero non permette di far andare a lavoro” e così via. Molto bersagliati sono gli scioperi nei pubblici servizi, ultimo pezzo di quel che resta dello stato sociale che a piccole picconate stanno smantellando.

E allora mi chiedo, in questo Paese c’è ancora posto per manifestare il dissenso? Si può manifestare la propria idea senza che poi si finisca a etichettarla come “sbagliata” in virtù di un meccanismo da tifoseria? 

Vedete, per chi scrive, le manifestazioni sono il momento più bello della democrazia. Invece, i media padronali, le stanno dipingendo come folclore, come sagra paesana (con tutto il rispetto alle sagre paesane). Mi si può dire: “Ma manifestare non serve più a niente, tanto poi fanno come vogliono”. E’ vero di primo impatto. Quanti scioperi abbiamo intrapreso per il rinnovo dei contratti di lavoro per chiedere quello che per noi sembra il minimo, ma poi si accordano sotto la soglia del minimo. Bisogna iniziare, o tornare, a essere eretici e chiedere di più, di essere eretici con chi ci rappresenta ai tavoli. Bisogna tornare a partecipare. Gaber cantava libertà è partecipazione. E’ quello che ci manca la partecipazione e quindi la libertà. Dobbiamo tornare a frequentare i luoghi di lavoro e i sindacati e le piazze e non chiuderci a riccio e delegare gli altri. Basta deleghe in bianco. Facciamoci sentire! Facciamo rumore! 

Cerchiamo di difendere la democrazia, è lei sotto attacco. Sotto attacco da parte di quell’ultra capitalismo che la vede come ostacolo. Ostacolo al “produci, consuma, crepa” (come cantava un gruppo punk italiano negli anni 80). Il dissenso, le idee eretiche, le manifestazioni sono un ostacolo per la parte imprenditorialeperché pongono domande, fanno riflettere la collettività. Come sono ostacoli i pubblici servizi, o quello che ne rimane. Per pubblici servizi intendo scuola e ricerca, sanità e trasporti. Queste tre entità sono messe in discussione dal sistema capitalistico perché sono visti come intralcio al mercato. Perché il mercato vuole solo trarre profitto, su tutto. Mentre i servizi pubblici si prendono cura di chi rimane indietro, di chi ha un altro passo e non riesce ad avere il ritmo di tutti. Prendiamo come esempio la sanità. La stanno trasformando in una sanità degli ultimi di chi non si può permettere costose assicurazioni sanitarie integrative (che poi sono sempre a carico della collettività) e questi ultimi che si rivolgono alla sanità pubblica affrontano liste di attesa lunghissime per avere riconosciuta l’assistenza che chiede. Per non parlare del tanto pubblicizzato welfare aziendale. Un altro metodo per tenere bassi i salari e quindi le pensioni e scaricare sulla fiscalità generale i costi. Ecco la verità. Ma pochi ne parlano. O forse pochi sono eretici e si fermano a studiare e a criticare le zone grigie. Negli anni 90 con lo smantellamento delle aziende statali (SIP/Telecom, Enel, Italgas, ENI) e le politiche liberiste intraprese dalla politica (tutta, sia ben chiaro) hanno fatto credere, o ci siamo cascati, che con meno stato e più mercato saremmo stati meglio. Invece ce ne stiamo accorgendo ora che le liberalizzazioni hanno, di fatto, scaricato i costi sui consumatori. Ora sono rimasti questi tre baluardi (scuola, sanità e trasporti) aessere bersagliati dal “meno stato più mercato” . Norme sempre più cavillose per proclamare e partecipare a uno sciopero, assottigliamento dei fondi pubblici in modo tale da portare al collasso e quindi al malfunzionamento le aziende di trasporto pubblico, le scuole e gli ospedali, commissione di Garanzia sugli scioperi sempre più giudice anziché arbitro.

Svegliamoci! Agitiamoci! Prima che sia troppo tardi. Prima che questi baluardi siano capitolati, facciamolo per onorare le lotte passate dei lavoratori, facciamolo per le future generazioni. Lasciamo questo Paese migliore di come lo abbiamo trovato. 

 

E se avessero ragione i Talking Heads?

 

Riflessioni semi serie del periodo caotico che stiamo vivendo

 

Qualche giorno fa stavo ascoltando su una piattaforma di streaming musicale una playlist che il loro algoritmo interno ti sforna a seconda dei tuoi gusti musicali. Devo dire che è molto preciso e certe volte mi fa paura perché mi (ri)propone brani che avevo del tutto dimenticato o che si trovavano in parti sconosciute del mio cervello. Senza dilungarmi troppo, è una playlist dei successi degli anni 80. 

Anni spensierati per me perché li ho vissuti da adolescente e, come la maggior parte della mia generazione, ascoltavamo quei brani senza capire granché il testo ma solo perché  “i più grandi”li ascoltavano a loro volta facendo girare i vinili a 33 giri su quei piatti per noi magici. Insomma stavo in auto e ascoltavo passivamente il susseguirsi dei brani quando uno mi è entrato in testa. Vuoi per la sua atmosfera cupa, asfissiante propria di quegli(?) anni, vuoi perché finalmente riesco a capire il testo riesco a vivere quella canzone. 

La canzone in questione è “Psycho Killer” dei Talking Headsascoltandola mi è tornato in mente un articolo che lessi qualche tempo fa che parlava del significato nascosto della canzone delle “Teste Parlanti”. (1)

Facendo il confronto tra quegli anni e questi che stiamo vivendo mi sono detto: “E se avessero ragione?”.

Seguite il ragionamento. Molti di noi rimpiangono quei mitici anni 80, Indiana Jones o Top Gun nelle sale dei cinema, i primi videogiochi, le radio che sparavano Madonna o Micheal Jackson a tutto volume. Però se ci pensiamo bene sono stati anni tragici. La droga che inizia ad invadere i locali, giovani rovinati per l’eroina, il crollo del blocco sovietico, i minatori britannici strapazzati dalla Lady di Ferro e Regan che stringe la mano a Gorbaciov e danno inizio alla perestrojka.

In Italia, invece, tra paninari e “quelli della notte” e le ragazze cin cin delle tv private, si assiste al disfacimento di Gladio, al maxi processo alla mafia dato sulla rai, alle stragi di   Bologna, l’Italicus, Ustica. Tornado alla canzone dei Talking Heads lo Psycho Killer cos’è?

Proprio in quegli anni, a dire il vero il processo è iniziato a metà anni 70, si assiste, non solo in Italia, allo sfaldamento della classe operaia e delle loro lotte. Entra, in punta di piedi, il germe della globalizzazione che poi si svilupperà negli anni 90 e deflagrerà a inizio millennio. Proprio in quegli anni il sindacato inizia il lento declino. Se per quasi quaranta anni ha garantito i diritti sui posti di lavoro, proprio in quegli anni iniziava il lento cammino sul piano inclinato ed ora ne paga le conseguenze. 

Forse non si è accorto che, con la firma degli accordi sulla concertazione avvenuta agli inizi degli anni novanta, si è tramutato nell’immaginario collettivo da istituzione a difesa dei diritti dei lavoratori a istituzione che affossa i diritti con CCNL a ribasso scordandosi di fatto tutte le lotte passate, i picchetti, le piazze piene quando c’era sciopero.

O forse siamo cambiati noi, come appunto sostengono i TalkingHeads, che frastornati da questi periodi cupi del nuovo millennioparliamo tanto ma non diciamo niente o non abbiamo niente da dire e subiamo passivamente quello che accade sul luogo di lavoro, non crediamo più  con convinzione nello sciopero anche perché, soprattutto nei pubblici servizi, hanno messo regole e cavilli per rendere più difficile la partecipazione. 

Abbiamo preferito scappare (run run run away psycho killer) e vivacchiare invece di mettere in discussione quello che stiamo facendo. Ci siamo girati dall’altra parte quando nel mondo scoppiavano guerre, ci perdiamo nei canali delle tivù per non pensare ai problemi giornalieri in pratica ci isoliamo dagli altri. Forse è proprio questo che deve tornare a fare ed essere il sindacato: mettere in contatto i lavoratori/isola sui posti di lavoro. Solo così potrà salvarsi e redimersi dagli errori che negli anni ha fatto.

I primi cinque lustri di questo millennio stanno per concludersi, stiamo vivendo nuovamente la divisione in blocchi del mondo, stiamo assistendo alla fine di un impero e forse tra qualche anno le nazioni entreranno in guerra tra loro per stabilire nuovi equilibri mondiali. Forse non dobbiamo scappare dallo psycho killer, ma lo dobbiamo affrontare per lasciare il mondo alle future generazioni migliore di come lo abbiamo trovato e vissuto noi fin qui. 

 

Ah una cosa rimpiango degli anni 80, le manifestazioni di piazza e quelle stanze del sindacato intrise di una nebbia da fumo di sigaretta e le lunghe telefonate di mio padre per convincere i colleghi a scioperare. Forse ci è mancato questo. Forse dovevamo portare in piazza i nostri figli non ai centri commerciali. Forse  siamo scappati via dalle nostre responsabilità. Forse siamo ancora in tempo.

Psycho Killer
Qu’est-ce que c’est
Fa fa fa fa fa fa fa fa fa far better
Run run run run run run run away

 

 

(1) Vi metto il link dell’articolo che mi ha dato lo spunto per riflettere: https://www.indieforbunnies.com/2025/06/09/talking-heads-e-psycho-killer-dietro-il-synth-pop-labisso-degli-anni-80/

 

Nelle terre leggendarie.

Martedì seguiamo i consigli del nostro nottambulo giallo e ci avventuriamo per il sentiero che parte da Capanna Alpina, superando Col De Locia, arriva alla malga Gran Fanes.

Arriviamo di buon ora al parcheggio dove lasciamo l’auto e ci prepariamo per la camminata. Sappiamo già che ci attende una bella salita fatta di gradoni e pietre, ma siamo fiduciosi d’altronde è il nostro ultimo giorno qui in Val Badia e vogliamo concluderlo in bellezza. Il sentiero si snoda in una vallata e subito inizia a salire. Incontriamo i primi gradoni e qualcuno esclama: ” Dai che siamo quasi arrivati!”, avendo letto che ci voleva almeno 1 ora per salire avevo molti dubbi a riguardo, eravamo “partiti” da poco. L’amichetto giallo doveva recuperare le forze spese durante la notte ed è rimasto per buona parte del cammino dentro lo zaino a dormire. Invece il nostro piccolo quadrupede saliva e camminava e annusava. Piano piano riusciamo ad arrivare a Col De Locia.

la “terrazza” di Col de Locia

La vista è stupenda. La giornata ci permette di ammirare il gruppo del Sella col Piz Boè e tutta la vallata sottostante. Riprendiamo il sentiero ancora un po’ frastornati dalla immensità della natura montana. Esso si snoda in una vallata ricca di leggende. La leggende del Regno di Fanes ( qui potete trovare tutta la storia).

Durante il cammino notiamo un ruscello. L’acqua che scorre è gialla, la colorazione è dovuta ad un’alga alpina. Il sentiero è bello lungo e in pieno sole. L’abbronzatura è assicurata. Durante il percorso incontriamo una grossa radice di albero messa lì, forse, dai nani che popolavano queste terre e molte biciclette. Molto gettonata è il giro ad anello del “regno del Fanes” (qui un video).

La vallata assolata.

Dopo circa 2 ore e mezza di cammino siamo arrivati alla malga di Gran Fanes. Ci siamo diretti velocemente alla fontana per bere e bagnarci la pelle arrossata dal sole di alta quota, si cammina costantemente sopra i 2000 metri. Decidiamo di fermarci per il pranzo e per far riposare il cane, provato anche lui dalla camminata. Dopo un’oretta di sosta e un buon pranzo finito con una buonissima torta di mele abbiamo ripreso la via del ritorno. Ad un tratto sento lo zaino muoversi, non faccio in tempo a toglierlo dalle spalle che lui è uscito e si è messo subito in posa per la foto.

Lui in posa.

Lungo la strada notiamo molte persone fermarsi e fotografare pezzi di prato. Incuriositi lo abbiamo fatto anche noi e sorpresi fotografiamo le “stelle alpine”.

Alcune stelle alpine.

Percorriamo lo stesso sentiero dell’andata solo che ora fa più caldo. Arriviamo alla “terrazza” di Col de Locia e cominciamo a scendere per i gradoni. Fate attenzione, è molto facile scivolare. Stando attenti per scendere dal passo ci vuole lo stesso tempo che si impiega per salire. Tornati al punto di partenza, una sosta al bagno e un’altra alla fontanella per bere. Prendiamo l’auto e ci lasciamo alle spalle il Regno del Fanes. Ciao Val Badia, alla prossima.

Sass de Putia, c’eravamo tanto amati ma…

Ma siamo in Scozia?!

Lunedì, il piccoletto giallo ci (ri)propone il Passo delle Erbe col giro ad anello del Sass de Putia. Lasciamo l’auto al parcheggio (5 €), e piano piano ci dirigiamo verso il percorso che dovevamo intraprendere.

Molti escursionisti sulla strada, così come famiglie col passeggino al seguito e molti quadrupedi. Il giro che ci ha proposto il nostro organizzatore è il giro antiorario della montagna, passando per la forcella de Putia, continuando per Utia Vaciara (Malga Vaciara, Utia è in Ladino), passo Goma , Utia de Goma e tornando a Munt de Furnela che è la nostra partenza.

Iniziamo a camminare, dopo una breve sosta alla Malga Munt de Furnela, il sentiero si snoda per prati di alta quota e costruzioni di legno e fiori. Il tempo non è dei migliori, nuvole grigio scure corrono veloci sulle nostre teste, in lontananza vediamo che qualcuna di loro sta scaricando il suo carico di acqua. Impensieriti da quanto vedevamo all’orizzonte abbiamo iniziato ad aumentare la velocità dei nostri passi. La stradina montana inizia ad arrampicarsi lungo le pareti e ghiaioni della montagna. Un gioco di sottile equilibrio. Vista stupenda, ad un tratto si apre ai nostri occhi la Val di Funes. Voltando lo sguardo verso l’orizzonte le vette di confine sono coperte ancora dalla neve.

Ad un tratto ci fermiamo. Incrociando le varie persone che stanno camminando nel senso opposto al nostro e prestando massima attenzione a farli passare su quel piccolo tratto di strada aggrappato alla montagna e alcuni passaggi a picco sui valloni circostanti, decidiamo di tornare indietro. Forse non eravamo allenati a questo tipo e tipico sentiero di montagna. Piano piano torniamo a Munt de Furnella e preferiamo rimandare questa escursione la prossima volta che torneremo su queste montagne. Il piccoletto giallo, ha avuto paura anche lui e non si è mosso dalla tasca sicura dello zaino sulle mie spalle.

Al Puez! Al Puez! Al Puez!

Questi due giorni non ho avuto modo di aggiornare il blog con i post, ma diciamo che non c’è stata una vera e propria uscita per nuovi sentieri. Giovedì ci siamo presi una giornata di break dalle montagne e, viste le previsioni del tempo che davano pioggia dal primo pomeriggio, ci siamo diretti a Brunico. Passeggiata per le vie della cittadina e pranzo e shopping. Il venerdì, invece, approfittando del bel tempo siamo tornati al rifugio Punta Trieste per mangiare le sue famose costine di maiale alla griglia.

Le costine di maiale.

Ci siamo incontrati con un collega e la sua fidanzata e la sua combriccola di amici. Loro, più sportivi di noi, avevano preso in affitto delle e-bike e sfrecciavano tra i sentieri dell’altopiano di Pralongià. Se volete seguire le loro imprese lo trovate su instagram come @thesportyvan

Oggi abbiamo ripreso a camminare su sentieri che non avevamo mai affrontato. Siamo partiti dal parcheggio della cabinovia di Col Pradat a Colfosco per andare al Rifugio Puez.

La strada inizia subito in salita. Si costeggia la pista da sci “stella alpina”. Passato il rifugio stella alpina si continua a salire, si incontra un’ edicola dedicata a San Francesco che guarda tutta la vallata. Ma si deve continuare fino alla forcella

Ciampei. E li il nostro intruso giallo ha voluto una foto. E’ bello farsi trasportare tutto quel tempo ed uscire solo per farsi fare una foto.

Lui alla forcella

Continuiamo a camminare sul sentiero che si fonde con quello dell’alta via dolomitica numero 2. Saliamo ancora più in alto e ci troviamo su un altopiano fatto di roccia e muschi e licheni. Tra le rocce si potevano intravedere le tane delle marmotte. I loro fischi ci facevano compagnia. Da lontano si iniziano ad intravedere le bandiere del rifugio. Volgiamo lo sguardo e riusciamo a scorgere sotto di noi la Vallunga, il Seceda alla nostra destra, all’orizzonte il rifugio Bolzano.

Piano piano, passi un po’ più pesanti, arriviamo al rifugio Puez.

Li ci riposiamo un po’ e pranziamo. Dopo il pranzo e un caffè riprendiamo gli zaini e torniamo indietro. Foto di rito del nostro amichetto.

Ci fermiamo al rifugio stella Alpina per il dolce. Io ho optato per uno strudel, Alessia per una torta al grano saraceno con la marmellata ai frutti di bosco. Tornati alla macchina i nostri compagni di viaggio si sono addormentati.

Info per chi volesse replicare il percorso. Per arrivare al rifugio ci abbiamo messo circa 2h e 30 minuti. Il dislivello è circa 750 m. Per il ritorno si impiega lo stesso tempo.

Gardenaccia

Verso il rifugio

Lunedì è stata una tappa di trasferimento. Da malga Ciapela a Badia,Val Badia, passando per Arabba. Volevamo fare una passeggiata per Arabba, ma il mal tempo annunciato non ci ha permesso di continuare la nostra camminata. Anzi, durante il giro panoramico, prima della pioggia, una marmotta ci ha guardati sorniona come se stesse pensando: “ma guarda sti matti..”

Tornati di corsa verso la macchina, ci siamo diretti verso passo Campolongo. In circa mezz’ora d’auto siamo arrivati a Badia e abbiamo deciso di pranzare in albergo. La pioggia battente ci ha fatto trascorrere il resto del pomeriggio.

Il giorno dopo il sole ci accoglie e seguiamo i consigli dell’intruso giallo. Ci dirigiamo verso il rifugio Gardenaccia.

Saliti dal lago di Sompount il sentiero si inerpica tra piste da sci di fiori montani e pascoli erbosi dove le vacche trascorrono la giornata. Superati ci siamo trovati davanti una “scala” che ci ha permesso di arrivare a 2000 metri al rifugio.

La pista da sci
Foto prima del temporale

Durante la sosta per il pranzo un temporale estivo ci ha dato il benvenuto e siamo rimasti dentro il rifugio in attesa di qualche schiarita.

Panorami dal rifugio Gardenaccia

Passata circa un’oretta e qualche grappa al cirmolo il sole fa di nuovo capolino tra le grigie nubi e scegliamo di riprendere il cammino del ritorno. Ovviamente lui non ama la pioggia e non è uscito dallo zaino, anzi ogni tanto si lamentava dei sobbalzi dovuti ai gradini naturali del sentiero.

La sera stanchi morti siamo svenuti sul letto. Lui ha cercato un nuovo itinerario.

Nel cuore delle Dolomiti.

Siamo tornati sulle montagne a noi note. Con quel colore rosa al tramonto. Ovviamente è riuscito ad infilarsi tra i bagagli, non so come fa, l’amichetto giallo. Durante il viaggio in auto è stato muto, immobile, insomma è riuscito a farla franca anche al nostro piccolo quadrupede. Appena arrivati, una volta sistemate le valigie, eccolo saltare fuori dallo zaino. Sarà stata l’aria con quell’odore di sottobosco e resina e camomilla che lo avrà fatto svegliare. Oramai ci abbiamo fatto l’abitudine, anzi a dir la verità ci da una mano a prepare gli itinerari. Mentre noi dormiamo lui, di notte, studia le carte e la mattina ci fa trovare tutto pronto per l’escursione. Ieri, domenica, ci ha proposto quello per il rifugio Falier in Valle Ombretta. Partendo dall’albergo dove abbiamo trascorso i primi giorni di luglio, siamo scesi verso la località Malga Ciapela dove c’è la partenza per la funivia per la Marmolada. Abbiamo svoltato verso destra e ci siamo immessi nel bosco tra mucche e pecore e agnelli al pascolo. Passata malga Ciapela ci siamo inerpicati lungo il sentiero arrivando a Malga Ombretta a circa 1900 m di quota. Durante la passeggiata ci ha colpito il caldo che avvertivamo. Lo sentivamo salire dalla terra. Solo nei tratti all’ombra si poteva trovare refrigerio. Anche Milo ha accusato il gran caldo.

Ci siamo lasciati alle spalle la malga, ma con l’intento di fermarci al ritorno per degustare il suo famoso yogurt, ci siamo diretti verso il rifugio Falier.

Alle sue spalle la parete sud

Il rifugio, come la valle, si trova tra la parete sud della Marmolada e cima Ombretta e il passo di Forca Rossa che porta verso il Passo San Pellegrino. Al centro di questa valle c’è il centro geografico delle Dolomiti.

Centro geografico delle Dolomiti

Arrivati al Rifugio abbiamo pranzato, riposati un pò. Per riscendere a valle abbiamo preso la “scorciatoia” e siamo tornati a Malga Ombretta per lo yogurt. Piano piano siamo scesi verso Malga Ciapela e siamo tornati, stanchi ma contenti, in albergo.

Rifugio Falier

Purtroppo sulla via del ritorno abbiamo notato un via vai di elicotteri dei soccorsi. Quando siamo tornati in albergo siamo riusciti a capire il perché di quei voli. Purtroppo verso le 14 si è staccato un pezzo di ghiacciaio ed ha travolto delle persone. La sera abbiamo dedicato alle vittime il canto Signore delle Cime. Non ci voleva.

Vecchie scarpe.

Qualche giorno fa stavo rimettendo a in ordine la scarpiera. In realtà volevo fare una sorta di inventario delle scarpe. Quali mettere da parte per la stagione calda, quali indossare ora o se le scarpe di pelle avevano bisogno della manutenzione ordinaria e di uno strato di grasso per rendere morbida la tomaia. Insomma il solito censimento a fine stagione.

Pensavo fosse un lavoretto di poco tempo, invece si è trasformato in una sorta di tribunale della scarpa. Quali paia tenere, quali buttare. Scelta ardua. Ogni paia di scarpe ha una sua storia. Per me è come buttare un pezzo di storia. Ogni scarpa ha la suola consumata per un motivo. Quelle da ginnastica hanno calcato più o meno campi sintetici o naturali. Quelle da trekking mi hanno fatto compagnia tra i boschi. Quelle invernali mi hanno lasciato all’asciutto.

Non mi dilungo troppo, ognuno di noi vive con le proprie scarpe delle storie. Morale della favola? Tre paia di scarpe con le suole rotte ora sono imbustate e dentro un secchio.

Però vedendole mi è venuta una nostalgia e un pensiero mi frulla in testa da qualche giorno: perché non dare un’altra vita a queste scarpe riciclando i loro materiali? Perché ricicliamo solo plastica, carta ma non tutti i materiali che arrivano a fine vita? Chissà se a Glasgow ci stanno pensando o stanno facendo solo l’ennesima passerella?

Habemus Rete

Da qualche giorno, qui in questa remota landa ai confini della città metropolitana, abbiamo il collegamento alla Rete. Yuppi. Siamo tornati nel ventunesimo secolo!

Erano anni che cercavo una soluzione per poter accedere senza problemi e senza limiti alla Rete globale. Durante la pandemia tutti abbiamo capito l’importanza di accesso alle informazioni, alle video call per lo smart working, agli acquisti on line. Vero sono tutte cose che si possono fare in mobilità tramite il proprio telefono però un collegamento da casa, veloce è diventato fondamentale quasi come avere l’elettricità.

Ora c’è la luce notte e giorno. Ora inizia una nuova era.

Alla fine sempre più in alto!

Ultima giornata di escursioni qui in Val Badia. Purtroppo le vacanze sono finite ma in questi giorni, ci siamo rilassati nonostante le passeggiate più o meno in quota. Oggi per finire in bellezza abbiamo deciso di andare al lago di Piz Boè. E’ stata la nostra escursione più alta. Siamo arrivati a 2250 metri di altitudine, ma ne è valsa la pena.

Abbiamo lasciato l’auto al parcheggio Planac, ai piedi della montagna e siamo risaliti a piedi dal sentiero immerso nel bosco. La stradina poi affiancava la famosa pista da sci Boè. Arrivati alla prima sosta Crep de Mont. Caffè e acqua per Milo e riprendiamo a salire lungo la pista. Ai bordi in ombra ancora qualche pezzo di neve. Milo in visibilio praticamente ci nuotava.
Piano piano lungo la ripida salita arriviamo alla stazione di arrivo della funivia. Continuiamo a salire per il lago. Dopo un’altra salita ci si presenta davanti.

Che colori! Ad un tratto l’amichetto giallo comincia a dimenarsi dentro lo zaino. Ha riposato tutta la salita, ma l’aria frizzantina lo ha risvegliato. Per farla breve ha voluto la foto di rito.

Quanto è vanitoso! Dopo le foto è rientrato dentro la comoda tasca ed ha lasciato spazio a Milo che ha voluto assaggiare l’acqua. Fredda! I pesci vedendo Milo avvicinarsi al pelo d’acqua, scappavano nella parte più profonda.
Dopo aver ammirato il lago e la neve rimasta siamo tornati alla stazione della funivia per affacciarci dal belvedere.Poi abbiamo ripreso il sentiero e siamo scesi al rifugio Crep de Mont per il pranzo. Dalla sua terrazza si può ammirare il ghiacciaio della Marmolada. Riprese le energie, soprattutto Milo, siamo tornati per la stessa via al parcheggio per riprendere l’auto.

Questa sera, facendo la passeggiata post cena di Milo, un fiore del prato ci saluta. E’ stata una vacanza bellissima e rigenerante. Alla prossima volta.